ricetta per rilancio italia

E chi non ce l’ha una ricetta per il rilancio e per la svolta? L’insieme dei provvedimenti atti e necessari a far tornare l’Italia all’onore del mondo ha preso il posto della formazione della nazionale di calcio. Dove notoriamente ognuno ha la sua squadra preferita e nel Paese si contano 60 milioni di commissari tecnici.

Naturalmente la cosa è molto più seria di così e su questo tema si sta giocando una delicata partita politica che porterà molto probabilmente a un rimpasto di governo o forse addirittura ad una crisi.

Capita perciò che in questi giorni i giornali e i programmi tv siano pieni di proposte di varia provenienza ed orientamento, spesso molto strumentali e disancorate dalla reale possibilità di realizzo.

Per non aggiungere un’altra voce a questo coro disomogeneo e discordante, mi limiterò ad aspetti unicamente economici (anche se ci sono molte riforme non strettamente economiche che avrebbero grandissimo impatto sull’economia nazionale, come la riforma della giustizia civile per dirne una) e proverò a dare la mia di ricetta, con la speranza che gli ingredienti siano di gradimento di chi legge.

Prendere i soldi del MES e di corsa

Brevissimamente vale la pena di ricordare cosa è il MES e come funziona. Il MES nasce come istituzione governativa europea e presta finanziamenti agli stati europei che si trovino in una difficoltà economica tale da minacciare la stabilità dell’intera area. Al riguardo ricordiamo che la BCE può svolgere un ruolo analogo nei confronti delle banche ma, per statuto, non può finanziare direttamente gli stati. Gli stati prenditori di denaro dal MES si sottopongono ad un protocollo di intesa (e di successivi controlli) negoziato con la Commissione Europea e finalizzato al fatto che i paesi finanziati diventino “virtuosi” nella gestione della spesa pubblica.

Infrastrutture prioritarie – Commissari straordinari

Ma durante la fase più acuta della prima ondata Covid (aprile 2020) il MES è stato profondamente cambiato e la Commissione Europea, con in testa i commissari Gentiloni e Dombrovskis, il 19 giugno ha formalmente definito che ogni Paese Membro può accedere ad una linea di credito speciale pari al 2% del PIL nazionale, con costi contenutissimi (0,25% di commissione iniziale + 0,10 di interesse annuo, rimborsabili in 10 anni) purché il finanziamento sia destinato a sostenere i costi diretti e indiretti di prevenzione e cura del Covid 19. Per l’Italia si tratterebbe di 37 miliardi circa a un costo molto migliore di quello che dovremmo sostenere per l’emissione di titoli di stato di uguale durata o di quello necessario per il ricorso ai soldi del Recovery Fund. E senza dover sottostare ai controlli di nessuna troika, ma semplicemente documentando l’utilizzo delle somme ai fini sanitari e antipandemici. Insomma ogni pregiudiziale ideologica dovrebbe cadere perché il MES anti Covid con il precedente MES Salva Stati ha in comune solo il nome.

Il digitale come svolta

Non c’è bisogno di essere keynesiani per capire che far ripartire le grandi opere è una leva fondamentale per la ripresa. Bisogna sbloccare i processi di autorizzazione, velocizzare le gare d’appalto, introdurre termini perentori per impugnative e ricorsi, realizzare tutte le infrastrutture strategiche nazionali. E per le opere prioritarie disporre la nomina di Commissari straordinari come si è fatto per il ponte Morandi o per l’Expo. Lasciando ai tecnici l’individuazione delle infrastrutture e delle priorità di intervento, da profano provo a dire le mie: la Gronda di Genova, la Metro B1 e C di Roma, la Metro 5 a Milano, la Venezia Trieste, la SS 106, l’Alta Velocità Salerno Palermo, le opere idrauliche per le piene del Tevere, del Seveso e del Sarno, l’autostrada tirrenica, le linee ferroviarie Pescara Roma e Pescara Bari. E mi scuso per le tante che non conosco o di cui trascuro l’importanza.

I soldi che dovevano essere messi sulla sanità (nove miliardi in 5 anni secondo quanto si sa dei progetti governativi di utilizzo del Recovery Fund) e risparmiati grazie all’utilizzo del MES, vanno messi in aggiunta su questa fondamentale area di sviluppo.

Nei prossimi anni dobbiamo costruire un modello socio-economico radicalmente nuovo: pubblica amministrazione digitalizzata, telemedicina con servizi domiciliari agli utenti, standard nazionale per la cartella clinica digitale accessibile da remoto per tutti gli ospedali, monitoraggio delle infrastrutture per stabilire la loro vita residua e la necessità della manutenzione (mai più un Ponte Morandi), monitoraggio del livello di inquinamento o di disfunzione nelle reti di servizi (elettricità, acqua, rifiuti), transizione al 5G con accesso al wireless fisso potenziato dalla banda larga all’interno degli edifici. Il tutto affiancato da una rete in fibra unica con copertura totale del territorio nazionale. 

digitalizzazione italia
Fonte: Shutterstock

A tendere l’obiettivo deve essere quello di progettare e attuare il numero più elevato di Smart Cities, caratterizzate da gestione intelligente del traffico, levata organizzata dei rifiuti, utilizzo di fonti di energia pulita e maggior sicurezza per i residenti grazie all’interazione tra sistemi di controllo e alla previsione di eventi climatici avversi od estremi.

Il risparmio privato degli italiani come motore del cambiamento

Non è il libro dei sogni, già molti Paesi nel mondo investono quote importanti del loro bilancio in intelligenza artificiale, big data, bioscienze e robotica. Dobbiamo assolutamente approfittare del pacchetto di misure straordinarie Next Generation EU, cioè 390 miliardi di sovvenzioni e 360 di prestiti rimborsabili fino al 2056, destinati – come dice il Piano – ad un UE verde, digitale e resiliente. Di queste somme all’Italia possono arrivare, per la sua parte, 209 miliardi. La prima cosa è presentare un piano credibile all’UE per ottenere le risorse e la seconda è mantenere una efficiente capacità di spesa nel corso degli anni. Oggi come oggi la burocrazia e la scarsa abitudine all’investimento strategico fanno dubitare di questa nostra capacità. Ma bisogna una volta per tutte cambiare  profondamente i vizi e gli italici andazzi se non si vuole sprecare questa storica occasione. E bisogna anche che nel periodo di utilizzo e restituzione di questi fondi la probabile alternanza tra governi di diverso orientamento non porti allo smantellamento ideologico e pregiudiziale di quanto stabilito dalla precedente maggioranza.

Tutti sappiamo che sui conti correnti degli italiani, a far flanella, sono depositati ben 1.500 miliardi. Si tratta di una cifra imponente che deve essere certamente coinvolta nel progetto di ripresa produttiva. Qualcosa si è fatto: incentivi fiscali per chi investe nelle start up innovative (quelle inserite nella lista delle cosiddette aziende eligibili), vantaggi fiscali pei i PIR e per i PIR alternativi, che consentono l’investimento in aziende non quotate sui mercati. Ma ora è venuto il momento di alzare la posta e stabilire un ponte privilegiato tra il risparmio delle famiglie e il rilancio dell’Azienda Italia.  Provo a fare qualche proposta: innalzamento della deducibilità fiscale fino a 10.000 euro – con il meccanismo del 100% dell’attuale aliquota IRPEF – per i versamenti nei fondi pensione integrativi. Applicare come deduzione il 50% dell’aliquota IRPEF per importi superiori ai 10.000 euro con tetto massimo a 50.000 euro. Capital gain ridotto al 12,50% (come per i titoli di stato) per le azioni e le obbligazioni di società italiane quotate in borsa. Capital gain al 12,50% ed esclusione dall’asse ereditario per i piani di accumulo in azioni o fondi azionari italiani detenuti per 10 anni.

Contributi statali alla rottamazione di veicoli o macchinari inquinanti, incentivi alla sostituzione di vecchi pc e vecchi elettrodomestici purché regolati con pagamenti tracciati che dimostrino una diminuzione del saldo su c/c. Emissione di bond straordinari a cedola “incentivata” rispetto ai tassi di mercato con raccolta destinata al Ministero dei Beni Culturali. Emissioni riservate ai risparmiatori privati con esenzione dal capital gain per tutti i btp con durata almeno ventennale e detenuti fino a scadenza. Insomma non c’è limite alla fantasia e alla buona volontà. Ciò che conta è che l’Italia torni a camminare quanto prima e poi magari anche a correre.