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Ad un giorno dall’annuncio è già arrivata la fumata nera, dopo la ritirata dei club inglesi che ha costretto il presidente della Juventus Andrea Agnelli ad affermare “francamente, non si farà più”. Ma la Super League ha riportato a galla le vecchie frazioni tra i club calcistici, ora stretti dalle conseguenze della crisi pandemica, e le federazioni che gestiscono i campionati nazionali e continentali. 

Una frattura creatasi già nel 2009, quando l’allora dirigente UEFA Michel Platini divenne promotore del fair play finanziario, un progetto nato per controllare le disparità finanziarie delle società calcistiche, ma che in realtà non ha fatto altro che acuire ancora di più le differenze tra i club europei (vedi caso Milan).

 

Florentino Perez e Agnelli, i due ormai ex-fondatori della Super lega, hanno cercato di portare avanti un blitzkrieg contro il “sistema tradizionalefacendo leva sulla necessità di cambiamento del mondo del calcio, nascondendo invece il problema principale delle realtà coinvolte nel progetto ormai tramontato, il debito. 

I 12 membri fondatori hanno, infatti, debiti “monstre” che non hanno fatto altro che aumentare a causa dei mancati ricavi dovuti alla pandemia e per le nuove linee di credito che le società sono state costrette a firmare per mantenere attiva la generazione di cassa. 

Attraverso la neo lega, che avrebbe richiesto un investimento iniziale di 2 milioni, “con possibilità di arrivare a 8” come si legge nel comunicato dei 12, i club avrebbero potuto assicurarsi introiti netti di 3,5 miliardi totali, circa 300 milioni ciascuno, con la banca d’investimento JP Morgan che si era già detta pronta a stanziare finanziamenti per $6 miliardi. 

Secondo uno studio di KMPG, l’ammontare dell’indebitamento dei 12 “secessionisti” si attesterebbe intorno ai 2,7 miliardi, in base ai bilanci del 30 giugno 2020.

Il dato, tuttavia, non include il Liverpool che non ha ancora reso noto i risultati, mentre il Chelsea di Abramovich è il solo che può vantarsi di non avere conti da ripagare (tra l’altro il primo dei club inglesi insieme al Manchester City a ritirarsi dal progetto). Per tutti gli altri, invece, sono guai seri. 

La classifica dei debitori

Il cattivo della classe, finanziariamente parlando, è il Tottenham che è alle prese con un indebitamento di 685 milioni, utilizzati in larga parte per la costruzione del nuovo stadio che ha preso il posto dello storico White Hart Lane nel nord est della capitale britannica. 

Segue un’altra inglese, il Manchester United il quale, per il colosso britannico dell’advisory, segna il bilancio un conto di 524 milioni, parte dei quali arrivano per l’acquisto con leva da parte dei Glazer. 

Le italiane arrivano subito dopo, e la prima è proprio la Juventus, la quale fino all’ultimo ha cercato di portare avanti un progetto che troppo presto ha dovuto fare i conti con l’isolamento dei suoi uomini più potenti, Perez e Agnelli (per altro presidente dell’Europan Club Association dimessosi poco dopo l’annuncio del nuovo progetto).

 

Il club torinese può contare su un debito di cassa di 390 milioni, scesi a 358 milioni a fine 2020, sul quale pesano non solo gli stadi vuoti e gli introiti che ne conseguono, ma anche un contratto stellare da 30 milioni all’anno offerto a Cristiano Ronaldo, che ha costretto la “vecchia signora” ad emettere un bond pluriennale chiamato appunto il “CR7 bond”. 

Arrivando al Real Madrid, i blancos segnano un debito di 170 milioni sul quale pesano costi enormi di struttura e d’ingaggio.

Risuona all’appello l’assenza dei top club tedeschi e francesi (principalmente Bayer Monaco e PSG), fino all’ultimo cercati dal duo Perez-Agnelli, e che forse sono stati fondamentali . I tedeschi, stando ai numeri, non soffrono di particolari esigenze finanziarie, con il presidente del Bayer Rumenigge che è stato uno dei primi a tirarsi fuori dalla questione. 

Per quanto riguarda i parigini, invece, il problema è dirigenziale. Il proprietario, infatti, è Nasser Al-Khelaifi, super miliardario presidente della Qatar Sport Investments che fa capo al fondo sovrano dello stato qatariota, proprio quello Stato che sta organizzando i prossimi mondiali di calcio.

 

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Impatto pandemia sui club 

Il Covid ha rivoluzionato il mondo di fare sport, con stadi vuoti, stand di merchandising chiusi, e sponsor che hanno continuato a giocare al ribasso sulle società sportive penalizzando ulteriormente le casse disponibili. 

Stando al calcio, l’effetto pandemia è stato calcolato dalla società di revisione Deloitte, che annualmente pubblica il Football Money League, la classifica dei primi 20 club calcistici stilata sulla base dei ricavi operativi dell’anno precedente.

Secondo la società britannica, la pandemia costerà al mondo del pallone 2 miliardi di euro netti attraverso le 20 società di calcio più blasonate. Il numero comprende il miliardo bruciato lo scorso anno e quello delle stagione in corso, ancora a porte chiuse.

Numeri alla mano, per la stagione 2029/2020 si parla di un fatturato complessivo pari a 8,2 miliardi di euro, con ricavi scesi del -12% rispetto all’anno precedente, chiuso con 9,3 miliardi di euro grazie a coppe e campionati.

Le ragioni dietro il -12% sono i 937 milioni di euro derivanti dai proventi dei diritti televisivi. A questo, si aggiunge il -17% dei ricavi derivati dalle presenze di pubblico allo stadio, compensato da un aumento di 105 milioni di euro (+3%) dei ricavi commerciali. 

Deloitte stima, per i venti club, una perdita di oltre 2 miliardi di euro in mancate entrate che, secondo lo studio, costringerà le società “a ripensare i loro modelli di business aumentando i propri focus sul digitale, settore che diventa sempre più strategico poiché è oggi quasi l’unico strumento di cui i club possono disporre per coinvolgere le tifoserie”. 

Gioco del destino, le società con debiti più importanti sono anche quelli con un giro d’affari altrettanto importante. Il Real Madrid porta ricavi di 714,9 milioni (bilancio 19/20), al secondo posto nella classifica di Deloitte dietro al Barcellona (715,1 mln), mentre la Juventus è di gran lunga la società italiana più redditizia con un fatturato di 573 milioni (-8% dal 18/19).