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Sono i compagni dei nostri figli, i nostri colleghi di lavoro, sempre più spesso i fattorini che ci portano il pacco ordinato online, i rider che ci consegnano la pizza o il sushi sulla soglia di casa. Sono coloro che si occupano dei nostri genitori anziani, ma anche quelli che cercano di venderci una rosa camminando tra i tavoli di un bar.

Da più di 30 anni gli stranieri, coloro che sono nati all’estero e sono immigrati poi nel nostro Paese, hanno cominciato a essere una realtà nella vita quotidiana degli italiani.

Dapprima visti con curiosità, poi da taluni con timore e fastidio, facendo lo slalom tra regolarizzazioni, sanatorie, razzismi e burocrazie in questi decenni hanno saputo in grande maggioranza integrarsi. Diventare parte del tessuto sociale ed economico, sposarsi, a volte anche con un partner italiano, fare figli che parlano la lingua di Dante meglio di quella dei genitori. 

In tanti, italiani lo sono divenuti a tutti gli effetti, ottenendo la cittadinanza

Ma quanto li conosciamo? Sono ancora molti gli stereotipi e i luoghi comuni che li circondano, a partire dal loro numero complessivo e dalle loro reali condizioni di vita.

Dal 2015 gli immigrati ormai non crescono quasi più

Distratti forse dalle polemiche sugli sbarchi nel Mediterraneo, che del resto da metà 2017 in poi sono crollati, non ci siamo accorti che in realtà il numero di immigrati giunti nel nostro Paese almeno dal 2015 è rimasto stabile.

Dopo essere cresciuto in modo netto tra fine anni ‘90 e la crisi finanziaria, con gli immigrati che erano passati dai 992 mila del 1998 ai 3 milioni e 433 mila del 2008, il flusso è prima rallentato e poi si è fermato.

 

Un flusso che è dipeso sia dalla situazione economica del Paese che dalle diverse sanatorie che sono state varate per fare emergere chi in Italia era presente e lavorava da anni. 

Nel 2014 gli stranieri hanno raggiunto i 4 milioni e 922 mila persone, e intorno a questo numero sono rimasti anche nel periodo successivo, oscillando solo di alcune decine di migliaia all’anno. Nel 2020 erano 5 milioni e 40 mila, l’8,5% dei residenti.

Con i limitati incrementi che sono dipesi in grande maggioranza dalla nascita di figli di stranieri già presenti o da ricongiungimenti familiari.

E nonostante siamo abituati a vedere in TV, nei servizi su coloro che sbarcano o che vengono ospitati nei centri d’accoglienza, soprattutto immagini di uomini, ormai dal 2008 sono le donne ad essere maggioranza tra gli stranieri.

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Fonte: Eurostat, rielaborazione di Momento Finanza

E non dipende dalle acquisizioni di cittadinanza

Vi è chi pensa che la stabilità nel numero degli immigrati, o per meglio dire, degli stranieri, visto che molti tra questi in Italia in realtà non ci sono venuti ma ci sono sono nati, dipenda dal fatto che siano sempre più quelli che chiedono e ottengono la cittadinanza italiana.

In effetti tra il 2012 e il 2016 un aumento del numero di nuovi italiani c’è stato, le acquisizioni di cittadinanza sono passate in questi anni da 65 a 202 mila.

È stato il risultato di alcune semplificazioni burocratiche introdotte, oltre che del raggiungimento dei requisiti, residenza da almeno 10 anni e un certo livello di reddito,  da parte una quantità sempre maggiore di stranieri. Questi hanno poi consentito anche ai figli di divenire italiani, tanto che la fascia inferiore ai 15 anni è quella che ha visto il maggior numero di acquisizioni. 

Ha influito anche l’aumento del numero di 18enni stranieri nati in Italia, e che al compimento della maggiore età hanno potuto fare domanda di cittadinanza. Oltre che i tanti matrimoni misti.

E tuttavia dal 2017, contrariamente alle previsioni di chi pensava che tale incremento sarebbe durato per sempre, il flusso di nuovi italiani si è interrotto. Sono diminuiti quell’anno a 147 mila, per scendere nel 2018 a 113 mila e risalire leggermente a 127 mila nel 2019.

Quindi no, non è per questo che il numero di stranieri sul territorio si è stabilizzato, ma proprio perchè sono diminuiti gli arrivi dall’estero. E non sarebbe aumentato di molto neanche volendo includere gli irregolari, che secondo le stime sono cresciuti di 100-200 mila in tutto negli ultimi 4-5 anni.

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Fonte: Eurostat, rielaborazione di Momento Finanza, acquisizioni per età

Lavoravano più degli italiani, almeno fino al 2020

Caso quasi unico in Europa, gli stranieri in Italia si sono sempre contraddistinti per una particolarità statistica. Hanno sempre avuto, almeno fino al 2019, un tasso di occupazione più alto degli italiani

Ovvero la percentuale di quanti, tra i 15 e i 64 anni, avevano un lavoro è stata superiore a quella che si è sempre riscontrata tra gli italiani. 

Negli anni 2000 la differenza era rilevantissima. Più di quella che molti immaginavano. Quasi del 10%, con un tasso di occupazione tra gli stranieri che arrivava anche oltre il 67%, mentre si manteneva intorno al 58% tra gli autoctoni.

 

Le ragioni sono varie: la grande domanda di personale per lavori semplici, a basso lavoro aggiunto e poco remunerati da parte delle imprese, nel campo dell’edilizia e dell’agricoltura, per esempio. La proporzione molto minore di casalinghe e soprattutto di 50enni o 60enni già pensionati tra gli stranieri, in maggioranza più giovani, il numero molto basso di studenti, l’assenza di quelle reti di welfare familiare che consentono a molti italiani di rimanere inattivi.

La crisi finanziaria poi, colpendo proprio alcuni settori in cui essi erano impiegati in modo massiccio, come le costruzioni, ha interessato molto di più gli immigrati.

Questo aspetto è passato piuttosto sotto silenzio, ma la porzione di quanti tra loro aveva un lavoro è crollata di quasi 10 punti. Per poi risalire in occasione della ripresa e rimanendo superiore a quella degli italiani, anche se ora con un gap medio solo del 3%.

Fino al 2020, quando la crisi pandemica ha assestato un altro duro colpo alla situazione lavorativa degli stranieri. 

Per la prima volta il loro tasso d’occupazione è diventato più basso di quello degli italiani, del 57,3% contro il 58,2%.

 

Molto colpito è stato il settore dell’assistenza domiciliare, con molte badanti rimaste senza lavoro, oltre che quello della ristorazione e del turismo, che hanno sempre impiegato molti immigrati. 

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Fonte: Istat, rielaborazione di Momento Finanza

Gli stranieri poveri sono in maggioranza rispetto agli italiani

In sostanza gli stranieri hanno avuto informalmente la funzione di ammortizzatori per molte imprese. Se serviva manodopera per un picco di produzione tra di loro se ne trovava a buon prezzo, grazie a contratti interinali o tramite le cooperative. Se arrivava la crisi erano i primi a essere lasciati a casa. E negli ultimi 15 anni indubbiamente ci sono state più crisi che periodi di grande espansione. 

Questo ha consentito alla fine all’occupazione italiana di non oscillare più di tanto, sicuramente molto meno di quella degli stranieri.

E l’effetto di tale modello è visibile anche dai dati sulla povertà. 

Nonostante la sensazione da parte di molti che questa stesse crescendo tra gli italiani, o addirittura che gli immigrati godessero di maggiore assistenza da parte dello Stato, in realtà la percentuale di italiani a rischio povertà (ovvero con un reddito disponibile inferiore al 60% di quello mediano nazionale) è rimasta pressoché stabile negli anni, tra il 17% e il 18%.

E naturalmente più bassa della quota di immigrati in una condizione di indigenza. Che ha superato dopo il 2010 il 30% ed è arrivata al 38% tra il 2016 e il 2017. Per poi scendere nel 2018 e 2019.

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Fonte: Eurostat, rielaborazione di Momento Finanza, in % sul totale

Queste percentuali con la crisi pandemica sono certamente molto cambiate. E c’è da scommettere che ancora una volta il peggioramento più forte sia stato quello riguardante gli stranieri. 

Eppure difficilmente all’uscita delle statistiche sulla povertà se ne parlerà, come non se ne è parlato finora. 

L’interesse per le condizioni di una fetta non minuscola della popolazione non dovrebbe essere però una prerogativa solo di pochi “buonisti”. 

L’integrazione degli immigrati e dei loro figli dovrebbe convenire anche a chi ritiene una priorità la sicurezza e il benessere degli italiani. L’esperienza di Paesi in cui il fenomeno migratorio si è sviluppato prima ed è più importante che da noi insegna che la creazione di ghetti, la permanenza di sacche di povertà e degrado non portano alcun vantaggio a nessuno.

Foto in alto: Shutterstock