calcio in italia

I dati dell’Auditel sulle partite della Nazionale di calcio agli europei lo dimostrano, così come i festeggiamenti per le vittorie, e le prime pagine ad esse dedicate dei quotidiani, che quasi solo in queste occasioni vengono popolate dallo sport invece che dalla politica o dal Covid.

Il calcio è sempre stato e rimane il primo amore degli italiani. Un sondaggio del 2019 di Kantar Media per la FIGC conferma che 32,4 milioni di persone sono interessati a questo gioco. Si tratta del 64% della popolazione, addirittura in crescita rispetto al 62% del 2016.

 

Anche se non allo stesso livello riescono a essere popolari anche altri sport. Come quelli legati ai motori, dalla Formula 1 al motociclismo, che interessano il 40% degli italiani. O il tennis, che appassiona il 35%. La pallavolo e il nuoto attirano rispettivamente il 34% e il 32% delle persone. 

Si tratta però più che altro di sportivi da poltrona. A praticare uno sport sono in realtà molti meno. Secondo l’Istat il 23% in modo continuativo e l’8,7% saltuariamente. La media europea qualche anno fa era del 43% complessivamente, con picchi superiori al 70% nei Paesi nordici, come Svezia e Finlandia. Mentre si arrivava al 66% in Germania e al 49% in Francia. 

Un divario che ha ragioni anche socio-economiche così come sono socio-economiche molte delle conseguenze concrete di questa passione così parziale.

La spesa pubblica per lo sport in Italia e all’estero

C’è una chiara correlazione tra redditi e pratica sportiva. Nella UE a metà anni 2010 per Eurostat a fare sport era il 53,2% di chi era nel 20% più ricco e solo il 34,6% dei più poveri.

Rapporti simili, anche se su percentuali decisamente minori, anche in Italia, dove secondo l’Istat nel 2019 erano attivi in ambito sportivo il 35% circa di dirigenti, manager, quadri, e impiegati, i “colletti bianchi”, insomma, contro il 20% degli operai. 

Lo sport, quello vero, non quello visto in TV,  sembra ancora quasi una cosa da ricchi, come nell’800. Costa soldi e probabilmente tempo, risorse che lavoratori poveri e precari hanno meno a disposizione. 

Lo stesso divario è evidente in base al titolo di studio. Il 42,9% dei 25-44enni lo pratica con continuità, contro il 30,8% dei diplomati e solo il 14,7% di chi ha la terza media. 

Come spesso accade quando una pratica rimane di elite c’entra molto anche l’importanza che ha deciso di darvi lo Stato.

E a dispetto di tanta retorica l’Italia ha sempre speso poco per lo sport, in termini di impianti, strutture, personale, ecc. Circa 79,1 euro per abitanti nel 2019, contro i 119,7 medi europei, i 108,3 in Germania, i più di 200 in Francia e nei Paesi Bassi. 

A livello di percentuale sul totale della spesa pubblica siamo, con lo 0,5%, tra gli ultimi.

Si tratta tra l’altro di un valore che non è salito nel tempo. 

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Dati Eurostat, rielaborazione di Momento Finanza

Ma lo sport dà lavoro a sempre più persone

Parallelamente allo scarso impegno del settore pubblico nel promuovere la pratica sportiva è aumentato nel tempo l’impatto del settore privato in questo ambito, che ha portato di conseguenza a un aumento del numero delle persone che di sport vivono, che sono occupati nel settore. Nel 2019 avevano raggiunto nel nostro Paese le 134 mila. Considerando che nel 2012 erano meno di 100 mila e che da allora vi è stato sì un incremento occupazionale in Italia, ma non certo un boom, si tratta di una crescita considerevole. 

Un aumento che del resto segue quello degli addetti dei servizi, e che infatti si è verificato sostanzialmente in tutta Europa, anche più che nel nostro Paese. In Germania sono 262 mila coloro che sono occupate in ambito sportivo, in Francia 178 mila. 

Nel complesso lavorano in questo settore il 0,57% di tutti coloro che hanno un impiego, contro l’1,3% del Regno Unito per esempio, dove nonostante una popolazione solo del 10% maggiore della nostra gli addetti di questo segmento sono 425 mila, ovvero più del triplo che in Italia.

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Dati Eurostat, rielaborazione di Momento Finanza

Il 28% di chi lavora nello sport ha meno di 30 anni

Come è facile immaginare si tratta mediamente di un settore giovane, anche in un Paese vecchio come il nostro. Se complessivamente solo il 12,3% dei lavoratori italiani non ha ancora compiuto 30 anni in ambito sportivo tale percentuale arriva al 28%.

Dagli sportivi professionisti veri e propri a chi si occupa di marketing o di mansioni commerciali sono questi, i più giovani, a essere rappresentati in modo più che proporzionale in questo mondo.

E certo ha aiutato il fatto che sia cresciuto più della media negli ultimi anni. I settori nuovi infatti tendono naturalmente a occupare più under 30. 

Come è facilmente immaginabile però altrove questi sono ancora più presenti tra la forza lavoro del segmento sportivo. 

Nella Ue mediamente sono il 34,6%, in Germania il 32,1%.

Quello che è certo è che un allargamento ulteriore del settore potrà solo portare beneficio all’occupazione giovanile che per lungo tempo è stata la Cenerentola del mondo del lavoro in Italia. 

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Dati Eurostat, rielaborazione di Momento Finanza

Il solo calcio professionistico genera 3,8 miliardi, ma i costi superano i ricavi

Apparentemente oggi solo il calcio può guidare la crescita del settore. Se i tre campionati professionistici della FIGC fossero un Paese questo sarebbe l’Italia del miracolo economico degli anni ‘50 o ‘60 o la Cina di oggi. 

Tra la stagione 2014-’15 e quella del 2018-’19, prima del provvisorio stop imposto dalla pandemia, gli incassi sono passati da 2 miliardi e 625 milioni a 3 miliardi e 854 milioni, realizzando un incremento del 46,8% in quattro anni. 

Un progresso naturalmente trainato dalla Serie A. 

Ma come è successo a tante realtà in rapida crescita, a decollare sono stati anche i debiti, che sono passati meno di 3 miliardi a 4,3 solo nella prima divisione. 

In generale i costi per tutto il calcio professionista sono sempre rimasti superiori ai ricavi.

 

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Dati FIGC, PwC

Nel mondo tutto lo sport business vale 168 miliardi di dollari in realtà, di cui il calcio con 47 miliardi rappresenta la fetta maggiore, ma non dominante, il 28% del totale. Segue il football americano con 22 miliardi di dollari e il 13%, e il baseball, con 15 miliardi.

Ma si tratta di numeri medi fortemente condizionati dagli Stati Uniti. In Italia il predominio calcistico non è in discussione. 

E ci si dovrebbe chiedere se lo sviluppo dello sport, con le ricadute positive che ha sulla salute, sull’economia, sull’occupazione, specie giovanile, può essere lasciato alla monocultura del calcio o se non sarebbe meglio per lo Stato investire in una crescita della pratica sportiva a più ampio raggio, come avviene in altri Paesi. 

Si tratterebbe forse di uno degli investimenti meno costosi effettuati, e per una volta soprattutto di uno dei più orientati alle nuove generazioni