Agenzia rating Standard & Poor's

In un momento in cui l’economia italiana non versa in ottime condizioni, per via soprattutto dell’impatto negativo che la pandemia da Covid-19 – e il relativo lockdown – hanno avuto sull’attività produttiva del Bel Paese, l’agenzia di rating S&P ha migliorato l’outlook sull’Italia a Stabile da Negativo, lasciando invariato il rating tripla B, due notch sopra il livello junk, ovvero spazzatura. Ma è tutto merito dell’Italia se gli analisti dell’agenzia a stelle e strisce hanno migliorato le previsioni per il futuro?

Innanzitutto, il giudizio di S&P è stato preso quasi come se nulla fosse successo dai mercati, che non hanno premiato gli indici italiani né li hanno bocciati, in qualche modo scontando già giorni prima un no change della valutazione, anche se in pochi si erano focalizzati sull’outlook.

Proprio tra coloro che avevano lanciato delle previsioni giorni prima dell’annuncio di due venerdì fa, le views non erano uniformi: se la banca d’affari americana JP Morgan aveva dato una possibilità del 90% al rating invariato, i tedeschi di Deutsche Bank erano parsi molto più pessimisti alla vigilia, stimando un 50% di chance che S&P tagliasse il giudizio sull’Italia. Visione, quest’ultima, ampiamente smentita, come si è visto, da S&P e mercati.

Ma torniamo alla domanda di sopra: come vanno letti i giudizi di S&P? Stando allo stesso report dell’agenzia di rating, a salvare la situazione in Italia è soprattutto la doppia manna arrivata dalla Banca Centrale Europea – con i suoi acquisti di debito sul mercato secondario – e dall’Unione Europea, coi soldi del Recovery Fund che (se ben spesi, ma qui servirebbe un articolo a parte) daranno una mano a recuperare dalla crisi causata dalla pandemia.

Come ha spiegato S&P, l’outlook Stabile bilancia le conseguenze della pandemia sulle finanze pubbliche a livello nazionale grazie alla risposta politica straordinaria della Banca Centrale Europea, che ha intensificato il quantitative easing per abbassare i rendimenti, allentare le condizioni finanziarie e sostenere i prezzi e la domanda degli asset, nonché dell’Unione Europea, che ha istituito un nuovo Fondo per la ripresa e la resilienza destinato a erogare fino al 12,5% del Prodotto Interno Lordo in prestiti e sovvenzioni all’Italia nei prossimi quattro anni.

“Potremmo abbassare il rating dell’Italia se le nostre proiezioni di una ripresa economica seguita da un graduale consolidamento fiscale non si concretizzassero o se l’aumento delle passività potenziali dovute alle ampie garanzie fornite dal governo centrale si cristallizzasse nel suo bilancio su larga scala”, fanno sapere da S&P.

Al contrario, “potremmo aumentare i rating se vedessimo l’economia italiana ottenere risultati migliori della nostra previsione attuale, ad esempio, attraverso l’attuazione di riforme strutturali e fiscali favorevoli alla crescita e l’efficace spiegamento delle risorse disponibili per l’Italia dal Fondo di ripresa e resilienza di recente creazione.

In questo scenario, la performance di bilancio dell’Italia probabilmente migliorerebbe nei prossimi due o tre anni, supportando un rating più alto”.

Insomma, nel futuro prossimo ci si gioca una buona fetta di credibilità. Se si riesce a portare a termine delle riforme fiscali e politiche capaci di aiutare a ridurre il debito e il deficit, l’Italia potrà ancora vantare un certo credito presso gli investitori stranieri, che comunque hanno dimostrato, negli ultimi mesi, una particolare attenzione verso i BTP.

“Stimiamo che l’economia si contrarrà di circa il 9% quest’anno, prima di riprendersi del 6,4% l’anno prossimo, sulla base della nostra ipotesi che un trattamento o un vaccino efficace contro il Covid-19 sia ampiamente disponibile entro la seconda metà del 2021. Le recenti recidive dell’epidemia in Italia e nei suoi partner commerciali implicano rischi al ribasso per tale previsione”, hanno aggiunto gli analisti di S&P che, nonostante l’outlook migliorato, prevedono ancora una perdita ingente della produzione economica per l’anno in corso.

Per mitigare le conseguenze economiche della pandemia, il governo italiano ha adottato misure di stimolo fiscale a livello nazionale per un valore stimato del 6,1% del PIL per il 2020, di cui EUR16,6 miliardi o l’1,0% del PIL su un regime di lavoro a breve termine, “la cui espansione ha quasi certamente impedito all’economia di subire una recessione ancora più profonda quest’anno”.

Nella sua bozza di bilancio per il 2021, il governo ha esteso il programma di lavoro e ha aggiunto nuovi stimoli attraverso l’aumento della spesa per la salute e l’istruzione e il sostegno alle piccole e medie imprese.

Bandiere Italia e UE
Bandiere Italia e UE (Fonte: Pixabay)

“Lo stimolo fiscale è imminente anche a livello sovranazionale – vanno avanti gli esperti –. L’Italia, che tradizionalmente è stata un contributore netto al bilancio dell’UE, sarà il principale beneficiario del nuovo Fondo UE per la ripresa e la resilienza. In linea di principio, ciò potrebbe significare ricevere fino al 12,5% del PIL in prestiti e sovvenzioni tra il 2021 e il 2023, o circa il 4,3% dei rimborsi futuri netti del PIL. Se i fondi fossero completamente impiegati, l’avanzo del conto capitale dell’Italia sarebbe probabilmente in media almeno l’1,4% del PIL nel periodo 2021-2023″.

Quindi? In parole povere, l’UE e la BCE ci stanno dando una mano ma serve un grande lavoro da parte delle autorità politiche italiane. Prima di tutto, non bisogna uscire dall’UE e dall’euro, come paventato da più fronti populisti, in particolar modo quando tutto va a rotoli.

Infatti, come precisano gli esperti di S&P, il merito creditizio dell’Italia beneficia della sua appartenenza all’Unione Economica e Monetaria – UEM. Dall’ultima pubblicazione sull’Italia del 24 aprile scorso, la BCE ha intensificato la sua risposta al Covid-19, aumentando il suo programma di acquisto di emergenza in caso di pandemia – il PEPP – a EUR1.350 miliardi, o l’11,3% del PIL dell’area dell’euro, oltre al patrimonio acquisti effettuati dal programma di acquisto o APP quest’anno per circa EUR360 miliardi, pari al 3,0% del PIL.

“Di conseguenza, ci aspettiamo che la maggior parte del debito sovrano italiano di nuova creazione quest’anno a seguito della pandemia sarà acquistato dalla BCE nell’ambito di iniziative pre-esistenti e nuove. A nostro avviso, questo impegno significa che il governo italiano sarà in grado di finanziarsi a tassi nominali di circa lo 0,8% in media quest’anno rispetto al tasso medio di prestito del 2,5% sullo stock di debito esistente.

In termini nominali, e in assenza di un significativo deterioramento dei costi di finanziamento, l’Italia pagherà meno per il servizio del suo stock di debito totale quest’anno e nel 2021-2023 di quanto ha pagato nel 2019”.

Per il 2020, S&P prevede un calo del PIL dell’8,9%, seguito da un recupero del 6,4% nel 2021 e del 2,3% nel 2022. Anche le previsioni relativamente costruttive dei conti nazionali dell’Italia significherebbero che il PIL italiano non tornerà ai dati pre-pandemici fino al 2023.

“Consideriamo l’appartenenza dell’Italia all’area dell’euro una forza creditizia. Per combattere le conseguenze disinflazionistiche della pandemia, l’autorità monetaria dell’area dell’euro ha lanciato un nuovo APP, il programma di acquisto d’emergenza pandemico. Attualmente, ha una dotazione di EUR1.350 miliardi, ovvero l’11,3% del PIL dell’area dell’euro. Prevediamo che la BCE amplierà ulteriormente questa dotazione nei prossimi mesi”, stimano da S&P.

Entro la fine del 2020, gli analisti prevedono che le disponibilità della Banca d’Italia in titoli di Stato italiani si avvicineranno a un quarto del totale in circolazione, rispetto al 5% prima che la BCE lanciasse il quantitative easing nel marzo del 2015.

“Fino ad agosto di quest’anno, i progressi nella riduzione degli NPL erano stati costanti, ma la stasi economica combinata con la moratoria sui pagamenti ipotecari peserà quasi sicuramente sulla qualità degli attivi. Riteniamo, tuttavia, che il calo dei livelli di NPL, insieme alle risolute misure di politica monetaria della BCE, anche nei confronti del settore bancario, siano stati di supporto alla trasmissione monetaria in Italia”, concludono gli esperti di S&P.

agenzia rating DBRS
agenzia rating DBRS (Fonte: Pixabay)

Per la cronaca, dopo S&P è arrivato anche il giudizio sull’Italia di DBRS, che ha lasciato invariato il rating BBB high. Gli esperti non hanno cambiato le prospettive sul rating per i prossimi trimestre, che restano negative. I prossimi appuntamenti con le case di rating per il Bel Paese, ora, sono fissati per il 6 novembre con Moody’s e per il 4 dicembre con Fitch, che ha tagliato la valutazione sull’Italia quest’estate – in una decisione a sorpresa –, portandolo a un solo notch sopra il livello junk.

Il mercato, ad oggi, non stima cambiamenti dei rating.