Basilica di San Pietro, Città del Vaticano

Chi si avvicina al mondo della finanza o anche chi lo conosce in maniera approfondita avrà sicuramente ben saldi in mente i nomi dei più grandi investitori che hanno segnato la storia – recente e non solo – dei mercati: Warren Buffett, Carl Icahn, Bill Ackman, fino ai vari Benjamin Graham, Jesse Livermore e via discorrendo.

Non tutti, però, sanno che tra i big della finanza c’è anche il nome di un ente che, stando almeno all’immagine pubblica che mostra, non dovrebbe avere a che fare con azioni, real estate, derivati: la Città del Vaticano.

Nelle ultime settimane, la Santa Sede è finita al centro di un caso finanziario internazionale, per via di alcuni investimenti – effettuati anche con soldi destinati ai poveri – portati avanti a volte senza alcuna logica finanziaria, affidandosi a broker che non sono riusciti a preservare il tesoretto dello Stato Pontificio.

Nonostante solo due anni fa Papa Francesco avesse affermato che i credit default swap “hanno incoraggiato la crescita di una finanza del caso e del gioco d’azzardo sul fallimento degli altri, il che è inaccettabile dal punto di vista etico” e che tali strumenti siano “una bomba a orologeria”, appena due anni prima, nel 2018, parte di un portafoglio vaticano da 528 milioni di euro derivato da donazioni è stato utilizzato per acquistare strumenti finanziari contenenti CDS come parte di una scommessa sul fatto che Hertz non sarebbe fallita per via dei suoi debiti entro aprile 2020, come emerso da un’inchiesta del Financial Times.

La scommessa è andata a buon fine per la Santa Sede, in quanto il colosso delle auto a noleggio ha presentato l’istanza di fallimento a maggio 2020, qualche settimana dopo la scadenza fissata dal Vaticano.

Se questo investimento è andato bene, quindi, perché parlare del Vaticano?

Eticamente, potremmo puntare il dito sul fatto che i soldi delle donazioni che dovrebbero essere destinati ai poveri o alla gestione della struttura vaticana vengano usati per giocare in Borsa; ma, a noi, dell’etica interessa ben poco, in questo caso. Poniamo invece l’accento sull’aspetto finanziario.

Azienda Hertz
Azienda Hertz (Fonte: Pixabay)

Questa bet su Hertz è andata a buon fine ma è solo una delle poche operazioni della Santa Sede ad aver chiuso in gain. A gestire le operazioni di questo tipo per conto del Papa era – fino a poco tempo fa – il cardinale Angelo Becciu, a cui lo stesso Papa Francesco ha “chiesto” (leggasi “costretto”) di lasciare il proprio ruolo e a cui sono stati revocati i diritti da cardinale.

Uno degli investimenti finiti nel mirino dei media nell’ultimo periodo riguarda un immobile sito al 60 di Sloane Avenue a Londra, usato come magazzino da Harrods ed eretto in una delle più chiccose aree della capitale britannica, a pochi passi dalla stazione della tube di South Kensington.

Il Vaticano, dopo aver valutato per un breve periodo di tempo un investimento nell’estrazione di petrolio offshore in Angola, ha rilevato l’immobile londinese dal finanziere Raffaele Mincione, noto alle cronache italiane per essere finito nel caso Retelit insieme al premier, Giuseppe Conte. Ma ciò non ci interessa, serve solo a dipingere il quadro del soggetto il questione.

Tornando a Londra, la Segreteria di Stato della Città del Vaticano non rilevò direttamente il palazzo ma sottoscrisse le quote di un fondo che faceva capo a Mincione, noto come Athena Capital Commodities Fund. Nonostante la location “in” dell’immobile e il suo valore prima dell’acquisto, la Santa Sede avrebbe perso diversi milioni di euro – sempre provenienti dall’Obolo di San Pietro – investiti nell’edificio di Chelsea, oltre a quelli spesi per rimetterlo in sesto.

Oltretutto, i soldi dell’Obolo di San Pietro, che in teoria avrebbero dovuto essere messi al sicuro nel real estate, secondo delle accuse mosse alla Santa Sede e a Becciu, sarebbero invece serviti a finanziare diverse operazioni sempre legate a Mincione, tra cui la sottoscrizione di un bond emesso dalla società lussemburghese Time and Life SA e l’acquisizione di azioni di Banco BPM.

Anche la Time and Life è legata a Mincione.

Fatto sta che le quote del fondo sottoscritto dalla Segreteria di Stato, al 30 settembre di due anni, erano già sotto di 18 milioni di euro rispetto al valore dell’investimento iniziale. Ma, oltre a questa somma di per sé ingente, bruciata per il semplice deprezzamento delle quote del fondo, la Santa Sede ha erogato in favore di Mincione altri 40 milioni di euro per rilevare l’intera proprietà del palazzo.

Data l’ingente sproporzione tra il valore reale dell’immobile e il prezzo pagato, è partita un’inchiesta per vederci chiaro. E qui entra in gioco il nome di un altro, Gianluigi Torzi, chiamato per consentire alla Santa Sede di rilevare l’intera proprietà del palazzo, che aveva conservato un pacchetto di azioni con diritto di voto di una società anonima, la Gutt SA, che è stata coinvolta nel passaggio di mano. La Gutt ha cessato ogni attività il 5 settembre dello scorso anno ed è stata radiata dal Registro delle Imprese lussemburghese, come ricorda Adnkronos, dopo lo scioglimento della società per volontà dell’azionista unico.

Com’è andata a finire?

Beh, alla fine, il Vaticano ha dovuto sborsare altri 15 milioni di euro per acquisire la proprietà dell’immobile, ora in mano alla 60 SA Ltd, iscritta alla Companies House del Regno Unito nel marzo del 2019, con una sterlina di capitale iniziale e la Segreteria di Stato come unico azionista. In totale, la Santa Sede ha sborsato oltre 350 milioni di euro per un palazzo che la Time and Life di Raffaele Mincione aveva acquisito, nel 2012, per 129 milioni di sterline, una cifra di circa 150 milioni di euro e, com’è ben chiaro, inferiore rispetto alla metà sborsata dal Vaticano.

Tra scandali e operazioni finanziarie sbagliate, quanto resta in cassa al Vaticano?

Secondo l’analisi di Mario Gerevini e Fabrizio Massaro del CorSera, il patrimonio netto – tra cash, asset etc – ammonta a 1,4 miliardi di euro. La sola operazione di Sloane Aveneue, invece, costata alla Santa Sede 350 milioni, supera il totale dei ricavi del 2019, pari a 307 milioni.

Non solo, supera anche le sole spese effettuate lo scorso anno, pari a 318 milioni.

“A bilancio, la parte real estate è iscritta per 640 milioni di euro ma è quasi tutta a costo storico. Una rivalutazione farebbe esplodere il peso del mattone vaticano. È quanto potrebbe accadere dall’anno prossimo quando dovrebbero essere introdotti per gli immobili i principi contabili internazionali Ipsas relativi al settore pubblico”, spiegano ancora Gerevini e Massaro. Se davvero questi immobili verranno rivalutati, il valore per il Vaticano schizzerebbe oltre gli 11 miliardi di euro, stando alle analisi terze, ma dalla Santa Sede li valutano 5 miliardi. Mica male, insomma.

Bandiera Città del Vaticano su monete
Bandiera Città del Vaticano su monete (Fonte: Pixabay)

Ma quella di Londra e quella legata a Hertz non sono le uniche operazioni finite nel mirino dell’opinione pubblica e della magistratura vaticana legate a movimenti di denaro. La scorsa settimana, a Milano, è stata arrestata la manager 39enne cagliaritana Cecilia Marogna, il cui nome è emerso recentemente nelle indagini relative a una presunta appropriazione di fondi del Vaticano.

La Marogna avrebbe utilizzato soldi della Santa Sede – arrivati sui conti della manager tramite bonifici effettuati dall’interno del Vaticano – per acquistare borse di lusso. Quei soldi erano inizialmente destinati ai poveri dell’Asia e dell’Africa. La Marogna, secondo l’accusa, avrebbe avuto contatti con il cardinale Becciu, che ha dichiarato, tramite i suoi legali, di aver avuto un rapporto meramente istituzionale con la stessa e oltretutto marginale.

Secondo i PM vaticani, la Marogna avrebbe ricevuto il denaro in più tranche tra fine 2018 e metà 2019, sul conto corrente della società slovena Logsic doo, con sede a Lubiana, di cui la manager sarda è amministratrice. I versamenti recavano la causale “contributo per missione umanitaria” ed erano piuttosto importanti: secondo gli investigatori, parliamo di somme che arrivano anche a mezzo milione di euro, spesi in vestiti, ristoranti e accessori d’alta moda, fra cui 8.000 euro da Chanel, 12.000 euro da poltrona Frau, 2.200 euro da Prada e 1.400 euro da Tod’s.

Come emerso, però, da un’inchiesta de Le Iene, la Logsic è una società “fantasma”: nel palazzo di Lubiana indicato come sede, è stata solo una casella postale condivisa con altre cinque società e un ufficio chiuso, senza nemmeno una targa.

Ma a far sorridere è che mentre a Milano la Guardia di Finanza – su mandato dell’Interpol – arrestava la Marogna, nella sede di Radio Vaticana si parlava di investimenti etici, in un convegno organizzato dal divisional manager di Südtirol Bank, Alfonso Meomartini, in collaborazione coi media vaticani.

“C’è una mentalità che sta cambiando, soprattutto nei giovani che si aspettano risposte e impegni concreti – ha spiegato Meomartino –. È perciò significativo discuterne in Vaticano, per fare il punto sul cammino intrapreso da noi operatori finanziari e anche ricevere input da chi sa guardare più lontano di noi”.

A rappresentare la Santa Sede, dinanzi a un pubblico composto da manager di Aism Luxembourg, Natixis, Pramerica, J. Lamarck, sono intervenuti il cardinale Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, e padre Augusto Zampini, segretario aggiunto del Dicastero per lo Sviluppo integrale, a capo di una delle task-force vaticane per il post-pandemia.

Tra inviti a “non lasciarsi conquistare dallo splendore e dalla potenza della gestione e a ricordare sempre che il lavoro non è semplicemente una risorsa, ma anche la dignità di una persona”, erano i soldi – tanti – a farla da padrone all’evento.

Zampini, ex avvocato poi diventato monsignore, ha detto: “La crisi finanziaria doveva essere l’opportunità per ridisegnare i criteri etici alla base della crisi, invece la risposta finanziaria è stata insoddisfacente e i criteri non sono cambiati, anzi si sono rinvigoriti. Il ruolo della finanza non è fine in sé, ma strumento da porre al servizio della collettività. Dobbiamo guardare agli obiettivi. Non è stato fatto nella crisi precedente all’attuale emergenza sanitaria, va fatto adesso. Questo è il momento”.

Gli fa eco Andrea Tornielli, direttore editoriale dei media vaticani: “È importante leggere l’enciclica “Laudato Si’” per rendersi conto di quanto poco si sia imparato dalla crisi finanziaria mondiale del 2007-2008, che poteva essere un’occasione per sviluppare una nuova economia più attenta ai principi etici e una nuova regolamentazione dell’attività finanziaria speculativa e della ricchezza virtuale”.

Tutte belle parole. Se non fosse che, nella realtà, queste spesso cozzino con i fatti.