cubi progressivi

In Italia ogni volta che un esponente politico vuole accattivarsi gli elettori non fa che promettere un abbassamento delle tasse. Dovrebbe dire imposte, secondo un minimo rigore terminologico, ma pochi capirebbero la differenza. E’ infatti l’Irpef, l’imposta sul reddito delle persone fisiche, ad esacerbare gli animi dei contribuenti.

Prima di qualsiasi discorso, è opportuno specificare che in Italia il contribuente è un soggetto particolare, nel senso che, al contrario del senso comune, un cittadino su due non paga imposte sul reddito. Ma come, viene da dire, ma così è se vi pare, diceva Pirandello.

Dalle ultime dichiarazioni dei redditi pubblicate (relative al 2019) emerge come il peso del fisco grava in realtà sulle spalle di pochi: il 30% circa degli italiani non dichiara reddito e quindi vive a carico (classico caso di free rider). Il reddito (lordo) complessivo totale dichiarato dagli italiani ammonta a circa 880 miliardi di euro, per un valore medio di 21.660 euro.

L’imposta netta totale dichiarata è pari a 164,2 miliardi di euro. Analizzando per fasce di reddito, si osserva che il 44% dei contribuenti dichiara perdite o redditi fino a 15.000 euro, versando il 4% dell’Irpef totale. I contribuenti nella classe tra i 15.000 e i 50.000 euro sono il 50% e versano il 56% dell’Irpef totale, mentre il 6% dei contribuenti dichiara più di 50.000 euro versando il 40% dell’Irpef totale. Se ne deduce che circa il 60% dei contribuenti (i più poveri) versa circa il 9% dell’Irpef totale (il 30,4% dei contribuenti versano Irpef pari a zero). Mentre, sempre secondo il Mef, il 35% dei contribuenti (i più ricchi), ovvero quelli con redditi superiori a 35.000 euro, versa il 59% dell’Irpef.

Quanto incide il fenomeno dell’economia sommersa su questo quadro? L’ultimo rapporto Istat rileva che il valore dell’economia “in nero” e delle attività illegali in Italia, viene stimato circa 211 miliardi di euro, pari al 12,1% del PIL. La sola economia sommersa, escludendo le attività illegali, vale 192 miliardi di cui il 50,5% derivante da sotto-dichiarazione e il 41% da impiego di lavoro irregolare.

Se il 13% circa dei dichiaranti versa il 58% di tutta l’IRPEF come si fa a parlare di “pressione fiscale” o di “vessazione del contribuente”? Bisogna distinguere quale contribuente! Va anche detto che quando si programmano investimenti pubblici senza senso – che so, il fantomatico ponte sullo stretto di Messina, o raddoppi assurdi di tratti di autostrada con poco traffico o alta velocità in zone sperdute – il contribuente si fa sentire poco perché è in minoranza. Non vale purtroppo il motto di Margaret Thatcher, la Lady di Ferro: “Non esiste spesa pubblica, bensì denari dei contribuenti”.

Siccome si parla da lustri di riformare il sistema tributario, bene ha fatto il neo-presidente del Consiglio Mario Draghi a dire la sua.

Nell’intervento in Senato l’ex presidente della Bce ha spiegato come abbia senso una riforma organica con una visione a tutto campo che richiede tempo e competenza: “Non bisogna dimenticare che il sistema tributario è un meccanismo complesso, le cui parti si legano una all’altra. Non è una buona idea cambiare le tasse una alla volta. Un intervento complessivo rende anche più difficile che specifici gruppi di pressione riescano a spingere il governo ad adottare misure scritte per avvantaggiarli”.

Mario Draghi
Mario Draghi (Fonte: Pixabay)

La fortuna vuole che con Draghi – il massimo della competenza – sia sparito il mantra dell’”uno vale uno”, come se Ciampi e Di Battista potessero stare sullo stesso piano. Draghi, allievo di Federico Caffè nonché grande estimatore di Paolo Baffi (da leggere tutto d’un fiato il suo intervento in Bocconi del 2007), sa che solo con il supporto di studiosi ed esperti della materia si può procedere in modo corretto: “Le esperienze di altri paesi insegnano che le riforme della tassazione dovrebbero essere affidate a esperti, che conoscono bene cosa può accadere se si cambia un’imposta.

Ad esempio la Danimarca, nel 2008, nominò una Commissione di esperti in materia fiscale. La Commissione incontrò i partiti politici e le parti sociali e solo dopo presentò la sua relazione al Parlamento. Il progetto prevedeva un taglio della pressione fiscale pari a 2 punti di Pil. L’aliquota marginale massima dell’imposta sul reddito veniva ridotta, mentre la soglia di esenzione veniva alzata”.

Draghi cita il caso della Danimarca che ridusse la pressione fiscale di due punti percentuali, ma il rapporto debito/pil del paese nordico nel 2008 era del 33% contro il 160% del nostro nel 2020 (e destinato a salire ancora). Sarà difficile tagliare le aliquote Irpef a meno di recuperare l’ampia evasione.

Draghi non poteva non citare alcuni pesi massimi di diritto tributario e di scienza delle Finanze: “Un metodo simile fu seguito in Italia all’inizio degli anni Settanta del secolo scorso quando il governo affidò ad una commissione di esperti, fra i quali Bruno Visentini e Cesare Cosciani, il compito di ridisegnare il nostro sistema tributario, che non era stato più modificato dai tempi della riforma Vanoni del 1951.

Si deve a quella commissione l’introduzione dell’imposta sul reddito delle persone fisiche e del sostituto d’imposta per i redditi da lavoro dipendente. Una riforma fiscale segna in ogni Paese un passaggio decisivo. Indica priorità, dà certezze, offre opportunità, è l’architrave della politica di bilancio”.

Qualche anno fa al Collegio Ghislieri – fondato a Pavia nel 1567 da San Pio V – ebbi la possibilità di consultare le carte d’archivio relative a Ezio Vanoni (1903-1956), definito dalla Treccani colui che ha contribuito a “costruire il modello di economia sociale di mercato che si afferma in Italia negli anni della Repubblica”. Allievo di Benvenuto Graziotti, fondatore di una ‘scuola’ di scienza delle finanze e studioso di ideali socialisti, Vanoni è stato ministro delle Finanze per cinque anni, dal 1948 al 1953, e ministro del Bilancio dal 1953 al 1956.

Nelle carte d’archivio conservate in Biblioteca al Ghislieri dove Vanoni frequentò Giurisprudenza grazie a una borsa di studio, trovai una bellissima lettera del padre di Vanoni, Teobaldo (nome d’antan) segretario comunale a Morbegno, che si scusava col rettore per il ritardo del ritorno al collegio del figlio (dopo le vacanze natalizie) a causa di un’alluvione in Valtellina.

Dall’uso attento delle parole della lettera si leggeva un forte rispetto per chi studia e insegna.

Rimasi anche colpito dallo straordinario eco nel mondo in occasione della sua scomparsa. Il 16 febbraio 1956 Vanoni intervenne in Senato (poche ore prima di morire sul campo) per ribadire che investire è indispensabile, perché senza investimenti non c’è futuro. E quindi, per trovare le risorse, bisogna anzitutto battersi contro gli sperperi e il comodo andazzo di spingere la spesa corrente.

Draghi ha quindi invitato a studiare una riforma dell’Irpef che guardi a semplificare e razionalizzare “la struttura del prelievo, riducendo gradualmente il carico fiscale e preservando la progressività”. Quest’ultimo riferimento riporta all’articolo 53 della Costituzione che prevede che “tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività”. In sintesi, maggiore è il reddito, maggiori sono le aliquote d’imposta.

Negli ultimi decenni il massimo vulnus al sistema è stato togliere sempre più parti di reddito dall’imponibile Irpef.

Sono usciti i redditi da capitali, tassati alla fonte con aliquote che vanno dal 12,5% dei titoli di Stato al 26% dei titoli azionari o obbligazionari corporate, e soprattutto i redditi immobiliari da locazione, tutti tassati con aliquote favorevoli. La cedolare secca è il regime fiscale opzionale con il quale i titolari di immobili concessi in locazione possono scegliere di tassare il reddito da locazione ad aliquota fissa del 21% o del 10% nel rispetto di specifici requisiti.

Se l’Italia tassa il profitto e il lavoro con aliquote tra il 30 e il 45%, mentre le rendite – immobiliari e finanziarie – vengono tassate al massimo al 26%, capite che ancora una volta vincono le corporazioni e l’impresa, vero motore della crescita economica, rimane negletta. Ma il problema è culturale: quanti sono gli italiani consci della differenza tra rendita e profitto?