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Il rapporto Istat pubblicato di recente dal titolo “La dinamica demografica durante la pandemia” segnala un nuovo minimo storico delle nascite dall’Unità d’Italia (1861). Rispetto al 2019 la diminuzione è di quasi 16 mila nuovi nati.

Impressionante è il calo dei matrimoni celebrati: 96.687, meno 47,5% sul 2019, con un picco negativo dei matrimoni religiosi (-68,1%). Va da sé che i figli si fanno sempre più fuori dal matrimonio (uno su tre ha genitori non coniugati), ma la variabile chiave è l’occupazione femminile: dove le donne lavorano, si fanno più figli.

Spesso avere figli impatta sulle possibilità di fare carriera.

Il ruolo della disoccupazione femminile

E’ noto che l’Italia abbonda di piccole e medie imprese, le quali, alla ricerca di maggiore produttività, cercano di non assumere giovani donne, potenziali aspiranti madri. Quello che manca nel Belpaese sono le grandi imprese, le quali non hanno alcun problema ad avere dipendenti in maternità.

Ma nella piccola impresa, l’arrivo di un figlio crea scompiglio per cui, purtroppo, si tende a prevenire l’evento, che dovrebbe essere invece salutato con gioia. Esiste una connessione sempre più forte tra natalità e certezza di lavoro: quando le donne passano dal tempo determinato al tempo indeterminato si affrettano subito a fare un figlio.

E’ di tutta evidenza come la precarizzazione del mondo giovanile abbia pesato negativamente sulle nascite. La pallavolista Lara Lugli, punita dalla sua società – il Volley Pordenone – per essere rimasta incinta, lascia veramente l’amaro in bocca.

Chi ama la sua famiglia non fa figli

Il demografo Gianpiero Dalla Zuanna, sottolinea il fatto che anche Grecia e Spagna – tutti paesi con un forte radicamento familiare – denotano tassi calanti di natalità: Si fanno pochi figli per eccesso d’amore, non per egoismo, e quindi là dove c’è troppa famiglia.

Se io genitore mi sento fortemente responsabile del benessere futuro dei miei figli, sceglierò di averne uno invece che due. Per questo bisogna attivare politiche di sostegno come una fiscalità agevolata per famiglie con prole numerosa”.

L’altro fenomeno interessante è che si fanno meno figli anche nel nord Europa, in Finlandia, per esempio, o in Francia e Belgio dove non mancano politiche di sostegno. Della Zuanna fa notare che “la diminuzione delle nascite è accompagnata dal calo dell’attività sessuale dentro la coppia, forse legato alla nuova epidemia dei social. È come se le persone stessero sostituendo la vita intima e il progetto riproduttivo con un altro genere di interessi”.

I rischi dell’invecchiamento demografico

Siamo un Paese di vecchi, questo è il dato su cui riflettere. E con meno donne in età fertile, sarà sempre peggio. Il nostro sistema pensionistico, senza immigrati, rischia di non essere sostenibile. Nel 2050 gli ultraottantenni saranno oltre otto milioni, il doppio degli attuali.

Sia l’indice di vecchiaia (vecchi/giovani) che l’indice di dipendenza degli anziani (vecchi/adulti) segneranno nuovi massimi.

Se i nostri giovani laureati emigrano all’estero per cogliere migliori opportunità lavorative, e – grazie all’alimentazione sana e al nostro buon sistema sanitario – il tasso di longevità aumenta, il welfare state così come è strutturato sarà in grado di sostenere le sempre maggiori richieste di assistenza? Se ne deve assolutamente parlare, guardando ai “tempi lunghi”, tanti cari a Luigi Einaudi. 

Foto in alto: Shutterstock