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Nelle settimane scorse, in pompa magna, è stato annunciato il rinnovo del contratto del pubblico impiego. Assistiamo senza colpo ferire alla consueta faglia, alla profonda differenza di trattamento tra garantiti e non garantiti. Da una parte abbiamo migliaia di lavoratori a tempo determinato che hanno perso il lavoro, lavoratori autonomi senza garanzie, partite iva alla canna del gas, ristoratori che non sanno più dove sbattere la testa. Dall’altra parte milioni di lavoratori della Pubblica Amministrazione che bellamente lavorano tranquillamente in smart working (si fa per dire, un commesso, un bidello, un custode cosa fanno da casa?), sono illicenziabili, non hanno nulla da temere.

I primi nella totale incertezza. I secondi supertranquilli.

Come ha scritto il giuslavorista Pietro Ichino non è accettabile la mancanza di trasparenza sui dati: “Ancora oggi il ministero non è in grado di dire con precisione quali amministrazioni sono attrezzate per l’accessibilità dei propri data-base, quali e quante sono le funzioni che effettivamente già oggi possono essere svolte da remoto, quanti dipendenti pubblici possiedono l’attrezzatura e la connessione necessarie”.

La fattibilità dello smart working nella PA

Non ci siamo certo dimenticati di infermieri e dottori che lavorano indefessi – e rischiano la vita – negli ospedali. A loro va tutto il nostro plauso. Ma proprio per questo motivo, bisognerebbe differenziare le situazioni. Occorrerebbe applicare le regole esistenti che prevedono la possibilità di applicare la cassa integrazione ai lavoratori pubblici (apriti cielo!).

Secondo Ichino il privilegio da abbattere nella PA è l’invariabilità dello stipendio: “Che cosa sappiamo di quanto e come hanno lavorato negli ultimi otto mesi l’Agenzia delle entrate, gli Ispettorati, le Sovrintendenze, o la Motorizzazione civile? Ci hanno detto che i dipendenti ‘esonerati’ dal lavoro sono pochissimi; ma chi si è curato di verificare quanti dei non esonerati stanno effettivamente lavorando da casa e quanti invece sono ‘esonerati di fatto’?”.

La legge sul pubblico impiego prevede comunque di ridurre lo stipendio quando la prestazione è sospesa – Testo Unico del Pubblico Impiego, art. 33 -, per cui servirebbe solo la volontà politica (mancata fino ad oggi perché la PA è un feudo elettorale).

Le asimmetrie del rinnovo contrattuale

In questo rinnovo contrattuale del pubblico impiego ci sono diverse cose che non vanno. In primo luogo esiste asimmetria tra impegni e determinazioni. I primi sono di là nel tempo. I secondi, a favore dei lavoratori, immediati. I lavoratori promettono, ma nella parte degli impegni da parte dello Stato hanno ottenuto subito subito diverse cose come: il rinnovo contrattuale 2019-2021, con inserimento della perequazione nella retribuzione; la revisione del sistema di classificazione e contrattazione decentrata; la disciplina del lavoro a distanza; la formazione, il “welfare” contrattuale. Come ha scritto il professor Sabino Cassese, i benefici sono tutti a favore dei dipendenti pubblici, senza impegni di controprestazioni: “Nei contratti ci deve essere un ‘do ut des’.

Qui non c’è”.

Tanti anni fa il professor Luca Ricolfi nel suo volume “Le tre società” (Guerini, 2007), evidenziò come l’Italia fosse divisa in tre: la società delle garanzie, la società del rischio e la società della forza. A distanza di 14 anni, nulla è cambiato. I garantiti vogliono sempre più garanzie (compreso la priorità nella vaccinazione, come se un magistrato avesse un maggior rischio di una cassiera del supermercato), i non garantiti possono solo invocare l’aiuto di se stessi.

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