energia rinnovabile usa

Una sfida non da poco

Nel programma elettorale di Joe Biden gli argomenti “verdi” hanno avuto grande spazio e sicuramente hanno contribuito in maniera importante alla conquista della Casa Bianca. Di conseguenza ora l’agenda dei primi 100 giorni del nuovo Presidente è fitta di impegni per dare seguito all’intenzione di raggiungere la neutralità climatica (zero emissioni nette di carbonio) entro il 2050.

In questo gli USA si riallineano alla UE che per prima aveva fissato questo obiettivo e sopravanzano la Cina che ha fissato la data target al 2060.

Va comunque detto – come ricordato in un recente report dai Renewables Analysts di Schroders – che Biden non parte proprio da zero.

Nonostante la mancanza di sostegno politico, negli Stati Uniti c’è stato negli ultimi anni un forte incremento della produzione di energia eolica e solare. Parecchi stati americani, e tra gli altri il Texas dei grandi petrolieri, hanno fissato sfidanti target di energia pulita, senza aspettare l’indirizzo e il contributo del governo.

La transizione energetica si è imposta non solo per considerazioni climatiche, ma anche per essenziali aspetti economici. Le rinnovabili infatti hanno raggiunto la sostanziale parità di costo con i combustibili fossili : solare e eolico onshore sono competitivi con petrolio e gas, mentre l’eolico offshore è competitivo con il carbone.

Ora 2.000 miliardi di dollari federali per l’energia pulita

Tra le prime mosse Biden ha scelto John Kerry come delegato speciale per il clima. L’ex candidato democratico del 2004 ed ex Segretario di Stato durante il secondo mandato di Obama, aveva firmato per gli USA gli accordi di Parigi sul clima nel 2015 e nell’agosto di questo tormentato 2020 aveva convinto Biden della necessità di un piano da due trilioni di dollari per decarbonizzare completamente la produzione di energia elettrica entro il 2035 e per favorire l’efficientamento energetico di 4 milioni di edifici.

In quei giorni si era parlato di finanziare questo piano così ambizioso con l’aumento del corporate tax rate dal 21% al 28%, misura che aveva incontrato la dichiarata contrarietà dei mercati e che ora la stampa economica americana non ritiene più di attualità. 

Anche se non è ancora chiaro come verrà raggiunta la copertura economica del piano, gli obiettivi sono potenzialmente raggiungibili e il contributo americano alle rinnovabili potrebbe farle diventare dominanti nella produzione di energia elettrica a livello globale già nel 2023, con due anni di anticipo sulle previsioni più ambiziose.

Ma naturalmente Biden dovrà sapersi muovere con molta attenzione perché il settore oil & gas è ancora decisivo per gli equilibri economici e anche politici di molti stati. Nei suoi primi 100 giorni potrà istruire le agenzie federali sui nuovi limiti alle emissioni e potrà anche bloccare le revisioni sui limiti ai gasdotti introdotte da Trump, ma dovrà soprattutto far capire che intende inaugurare una vera e profonda discussione interna al Paese, per arrivare ad una transizione graduale e condivisa.

Non si può dimenticare infatti che gli USA con l’adozione del fracking e di altri metodi di produzione non convenzionale sono passati dallo status di importatori di idrocarburi a quello di esportatori netti, con indubbio beneficio sulla loro bilancia commerciale.

Per noi che guardiamo a questa grande trasformazione anche con un occhio attento alla gestione dei portafogli dei nostri clienti investitori, vale la pena di ricordare che siamo all’inizio di un decennio che verrà probabilmente ricordato come quello in cui è cambiato il modo di produrre e consumare energia e che questa rimane un’opportunità di lungo periodo, anche a prescindere dai favorevoli cambiamenti nel panorama politico americano.