accordo recovery fund

Il dato di fatto è che la mia opinione sul governo Conte 2 è scesa pesantemente nel tempo. A pensarci bene, mi rendo conto con chiarezza come questo calo drastico nella mia valutazione sia iniziato nel momento in cui il Presidente del Consiglio Conte buttò sostanzialmente nel cestino il Piano di emergenza preparato dal manager Vittorio Colao e dal suo gruppo di lavoro: per l’esattezza ciò è accaduto nel giugno scorso. A vantaggio degli smemorati mi preme ricordare come l’incarico a Colao e al suo gruppo di lavoro non piovesse giù dal cielo, ma fosse stato assegnato da Conte stesso, durante la fase più drammatica della pandemia.

(A proposito: qui trovate il PDF delle schede del Piano Colao.)

Ricordiamoci anche come tale Piano fosse stato preparato ben prima dell’approvazione finale del cosiddetto Recovery Fund, cioè di Next Generation EU, l’intervento di 750 miliardi di euro da parte dell’Unione Europea per gestire -attraverso un mix di trasferimenti a fondo perduto e prestiti agevolati- l’uscita dei paesi europei dall’emergenza della pandemia, nella direzione di una crescita economica sostenuta e ambientalmente non dannosa. Basta leggere il rapporto finale del Piano Colao (“Iniziative per il rilancio – Italia 2020-2022”) per rendersi conto dei molti punti comuni con il progetto di Next Generation EU; inoltre, una buona caratteristica del piano Colao è che -per ognuno dei 102 interventi proposti- esso specificava:

  1. la fonte dei finanziamenti necessari (finanziamento principalmente pubblico, principalmente privato o nessuna necessità di finanziamento);
  2. l’orizzonte temporale dell’intervento (“attuare subito”, “finalizzare”, “strutturare”).

A motivo di tale struttura un lettore anche disattento poteva avere un’idea chiara del “chi paga?” (cit., Ugo La Malfa) e dell’urgenza dell’intervento e/o del tempo necessario per implementarlo.

Bisogna anche sottolineare la presenza di un altro ottimo segnale rispetto alla bontà del Piano Colao, cioè la scelta da parte di Mariana Mazzucato (economista statalista che non stento a definire “estremamente sopravvalutata”) la quale -pur essendo membro del gruppo di lavoro di Colao- decise di non firmare il documento finale. Il messaggio sottostante era dunque: “questo piano non è statalista, cioè non si basa sull’ideologica illusione secondo cui un maggiore intervento statale è sempre una cosa buona giusta”.

Giuseppe Conte con giornalisti
Giuseppe Conte con giornalisti (Fonte: shutterstock)

Cestinando di fatto il Piano Colao, il presidente Conte, spalleggiato in questo dal MoViMento 5 Stelle e dal lato ottocentesco del PD, prese invece una direzione coerente con quello che io chiamo “domandismo”: una visione iper-keynesiana dell’economia secondo cui conta soltanto il lato della domanda (l’atto di acquistare beni e servizi) e poco o nulla il lato dell’offerta, cioè della produzione di tali beni e servizi.

Secondo il domandismo l’unico modo per far crescere l’economia consiste nell’attuare politiche monetarie estremamente espansive, che azzerano il costo del denaro (almeno per le banche, le quali hanno rapporti diretti con la banca centrale) e che finanziano livelli potenzialmente altissimi del deficit pubblico, cioè della differenza tra uscite ed entrate delle pubbliche amministrazioni.

Naturalmente il deficit pubblico può crescere altresì per un incremento forte degli investimenti in infrastrutture e per il taglio generalizzato delle imposte, ma questa impostazione non sembra esattamente andare a genio ai grillini e al lato sinistro del PD.

Non si tratta soltanto di loro come sponsor di ciò, ma certamente abbiamo assistito nel 2020 alla continua nascita di bonus fiscali, cioè agevolazioni fiscali finalizzate ad incentivare acquisti di determinati beni o servizi. Si può ben capire durante l’emergenza la logica di provvedimenti di “ristoro” finalizzati a compensare almeno parzialmente il calo di reddito e fatturato per specifiche fasce della popolazione di cittadini e imprese, ma questa logica emergenziale non può diventare la norma, cioè un’impostazione permanente della politica economica, la quale dovrebbe focalizzarsi con forza non soltanto sulla (re)distribuzione del reddito ma anche -e a mio parere: soprattutto- sulla crescita a medio-lungo termine del PIL reale pro capite: gli esponenti del domandismo mostrano di non avere un interesse forte per questo tema, forse perché coinvolge essenzialmente il lato della produzione, cioè l’andamento della produttività del sistema economico, per se stessa e in termini relativi rispetto agli altri paesi.

(qui spiego che cosa è il Prodotto Interno Lordo (PIL), punto di partenza necessario se si vuole capire il concetto di crescita del PIL reale pro capite)

Apro qui una piccola parentesi: buffamente i domandisti -per giustificare le proprie prescrizioni di politica economica incentrate sullo stimolo alla domanda aggregata “senza se e senza ma”- devono dimostrare che una domanda abbondante di beni e servizi aumenta la produttività delle imprese in quanto permette loro di sfruttare le economie di scala.

Per quale ragione? In buona sostanza deve essere vero che l’economia sarà sempre più produttiva nel tempo, perché il PIL reale rappresenta contemporaneamente il valore reale dei beni e servizi finali prodotti in un anno E il reddito che le imprese produttrici di quei beni e servizi trasferiscono ai “fattori produttivi”, cioè ai lavoratori e ai capitalisti (per usare una terminologia ottocentesca che molti nella maggioranza di governo potrebbero gradire).

Detto in termini brutali: se la produzione media per persona non cresce, il PIL per persona non cresce.

Che cosa sono dunque le economie di scala? In sostanza, stiamo descrivendo una situazione in cui i costi medi di produzione delle imprese scendono se la produzione è più ampia, ad esempio perché un costo fisso “grosso” viene spalmato su una produzione maggiore. In questo senso, per giustificare effetti di crescita a lungo termine dello loro politiche espansive, i domandisti devono per forza ragionare sugli effetti di una domanda aggregata più abbondante che rende più efficienti, più produttive le imprese grazie a costi medi decrescenti (cioè le economie di scala). Sia detto con intento serio e seriamente polemico: se le economie di scala sono così importanti, come mai i domandisti non spingono soprattutto perché le imprese si fondano e diventino più grandi, così da sfruttare direttamente queste benedette economie di scala?

Torniamo però alla politica italiana, e in particolare all’estate 2020, tanto per intenderci quella dei bonus per andare in vacanza, nell’intervallo tra la prima e la seconda ondata del virus.

Appena dopo avere messo nel cassetto -o cestinato- il Piano Colao, il governo Conte subì il ricatto dell’ala grillino-sovranista decidendo di non ricorrere ai prestiti super-agevolati del Meccanismo Europeo di Stabilità (MES) per spese sanitarie dirette e indirette, che per l’Italia corrispondono a un massimo di circa 37 miliardi di euro (più di 2 punti di PIL).

Il governo sembrò dimenticarsi della necessità di essere pronto per l’autunno. Dopo tutto lo stesso ministro della Salute Roberto Speranza pubblicava e rapidamente ritirava dal commercio un libro super-ottimistico sull’andamento dell’epidemia intitolato “Perché guariremo”. (Piccolo esperimento: se cercate il titolo su un motore di ricerca potreste illudervi di trovarlo su qualche sito di e-commerce, ma la risposta finale sarà un perentorio “fuori catalogo, non ordinabile”)

Come purtroppo abbiamo visto, la seconda ondata arrivò (io stesso sbagliai nell’ottimismo perché me la sarei aspettata a novembre, non ad ottobre) e il governo Conte 2 fece retromarcia, spalleggiato in maniera abbastanza imbarazzante dai mass media, e senza chiedere SCUSA agli italiani in alcun modo, nel momento in cui l’ottimismo rapidamente diventava pessimismo.

Cominciò dunque l’era delle regioni gialle, arancioni e rosse, delle promesse di una riapertura completa per Natale, promesse peraltro rinnegate con la faccia di bronzo a ridosso del Natale stesso, e ancora una volta senza alcun pentimento pubblico.

Vi invito a riflettere sul collegamento esistente tra il domandismo e la scelta di chiudere l’economia -e la società- in un lockdown più o meno stringemte: se sei un domandista, se la politica di elargire in deficit altri bonus o comunque di aumentare la spesa pubblica fa comunque bene al PIL, perché mai avere grosse remore nel momento in cui la scelta sul tavolo è quella di chiudere nuovamente in lockdown l’Italia? Attenzione: è estremamente probabile che il distanziamento sociale possa rallentare i contagi e ridurre la pressione sulle strutture ospedaliere, ma ciò non significa dimenticarsi completamente dei costi economici e sociali che il distanziamento impone, facendo finta che non esistano grazie a teorie economiche illusorie.

E non ho nessuna intenzione di abbondonare la polemica: molti dei domandisti vedono con favore -o certamente poco si dispiacciono- per il fatto che con un lockdown l’attività economica privata rallenti o si fermi.

Il meccanismo politico ed emotivo che talora traspare tra le righe suona all’incirca così: “Che cosa ci importa della produzione? Che cosa ci importa dei capitalisti sfruttatori? Che cosa ci importa dei ristoratori e dei negozianti evasori?”

Intanto, siamo arrivati fortunatamente al tempo dei vaccini, con il vaccino di Pfizer/Biontech già approvato dall’EMA (Agenzia Europea del Farmaco) e il vaccino di Moderna che dovrebbe essere approvato questa settimana. Il governo Conte 2 ha affidato ancora una volta a Domenico Arcuri l’incarico di commissario per la somministrazione dei vaccini, ma -anche a motivo delle lentezze esasperanti di alcune regioni come la Lombardia- siamo ben lontani dall’un percento e passa della popolazione vaccinata come nel caso degli USA (per non parlare del 12% raggiunto in Israele). Nel momento in cui scrivo il Partito Democratico pubblica E DOPO POCO CANCELLA un tweet in cui riporta una dichiarazione del sottosegretario alla Salute Sandra Zampa, che testualmente recita:

“Resistiamo 2-3 mesi, poi col bel tempo tutto sarà meno difficile e milioni di persone saranno vaccinate.

Ci sono tutte le premesse per fare una campagna da serie A”.

Tweet PD - Puglisi
Tweet PD – Puglisi (Fonte: Twitter)

Dunque la politica attuata dal governo Conte 2 -finché durerà- sembra essere quella di cambiare nuovamente le carte in tavola riguardo alle regole relative al periodo successivo alle vacanze di Natale (dal 7 gennaio) restando vaghissimi sul piano di vaccinazione, anzi lasciandosi sfuggire che il grosso del piano stesso non avverrà SUBITO, ma tra due o tre mesi. Che cosa stanno aspettando, di grazia?

Per questi e altri motivi la mia diagnosi finale è che ogni giorno in più del governo Conte 2 sia un male per l’Italia, e un giorno in meno di un governo di emergenza nazionale, che prenda con forza la direzione della crescita, del coraggio e della produttività.