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Il PD ha un nuovo segretario, l’ennesimo. Enrico Letta è tornato dall’”esilio” volontario parigino in cui si era ritirato dopo la cacciata da Palazzo Chigi a opera di Matteo Renzi nel 2014 per prendere in mano le sorti di un partito che mai era giunto così in basso nella propria storia nelle intenzioni di voto. 

Il PD visto dall’esterno, con gli occhi di uno studioso di scienza politica, appare un partito classico, con una militanza sul territorio, correnti, una vivace dialettica interna, maggioranze che diventano minoranze e viceversa, una leadership che passa di mano, e però paradossalmente è proprio questa sua natura tradizionale a renderlo un’eccezione nel panorama politico italiano.

 

Sostanzialmente se prendiamo in considerazione solo le forze che superano il 5% è l’unico partito “normale” rimasto, in un panorama fatto solo di leaderismo e personalismo, con partiti padronali o nella migliore delle ipotesi guidati da leader indiscussi che nell’immaginario collettivo quasi sostituiscono anche nello stesso nome la propria forza politica. 

È frequente sentir dire “voto Salvini”, “voto la Meloni”, “voto la Bonino”, più raramente “voto Zingaretti”, per capirci.

Questa normalità è stata anche causa delle maggiori turbolenze e vicissitudini che il PD ha attraversato e che sono molto visibili anche dalle statistiche e dai numeri che lo descrivono

8 segretari in 13 anni e mezzo

Nessun’altra forza politica ha avuto così tanti segretari in così poco tempo. Dall’ottobre del 2007 quando le primarie incoronarono Walter Veltroni primo leader del PD se ne sono avvicendati, includendo l’attuale Enrico Letta, ben otto. Ma molto diseguale è stata la loro durata.

A Veltroni, che rimase in sella 483 giorni, dopo la sconfitta alle politiche del 2008 e alle regionali sarde nel febbraio 2009 seguì il vice Franceschini, che ne durò solo 259 fino a perdere nelle primarie contro Bersani.

 

Il quale riuscì a resistere ben 1.260 giorni fino al 2013, quando si dimise in seguito al fallimento delle candidature di Marini e Prodi al Quirinale nell’aprile 2013, che tra l’altro seguiva la “non vittoria” dello stesso anno. 

Dopo l’interim di qualche mese di Epifani è toccato a Renzi, il segretario finora più longevo, 1.548 giorni dal dicembre 2013 al marzo 2018, in seguito alle ultime disastrose (per il PD) elezioni politiche. Dopo una supplenza di Martina e la fase congressuale che ha preceduto la segreteria Zingaretti è stata la volta del presidente della regione Lazio. Che però non è riuscito a raggiungere la longevità degli altri due predecessori pure eletti con le primarie. È durato solo 728 giorni fino alle dimissioni di poche settimane fa.

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Giorni di segreteria. Fonte: Wikipedia, rielaborazione di Momento Finanza,

L’altalena del consenso

È sempre stato uno sport molto popolare a sinistra in particolare tra gli attivisti dei movimenti e delle associazioni della galassia progressista sparare sul PD, e rivendicare di non votarlo, accusandolo di non essere più di sinistra.

Eppure è sempre stato il partito di gran lunga più popolare di quell’area. Pur nelle oscillazioni dei risultati elettorali, che l’hanno interessato come hanno interessato tutti i partiti in un’epoca ormai lontanissima da quella in cui si chiamava cocente sconfitta un arretramento della DC o del PCI del 3%. 

La norma sono ormai variazioni anche di dieci punti percentuali, in un turbinio di sigle e formazioni che cambia a ogni elezione politica. 

Il PD nella propria storia è passata dalle stelle del 40,8% delle europee del 2014 alle stalle del 18,7% delle politiche del 2018, dopo un periodo, negli anni successivi alla sua fondazione, in cui sembrava poter rimanere tra un quarto e un terzo dei voti degli elettori. 

L’imprevedibilità della politica italiana ha colpito anche il partito più tradizionale, e con esso i suoi leader.

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Fonte: Wikipedia, rielaborazione di Momento Finanza

Solo Bersani è riuscito a mantenere stabili le intenzioni di voto

Gli alti e i bassi del PD sono stati ancora più evidenti nelle intenzioni di voto registrate dai sondaggi.

E hanno segnato in fondo il destino dei vari segretari determinando il risultato elettorale nei vari appuntamenti che si sono succeduti. 

Segretari che si dividono tra quelli che hanno visto durante il proprio mandato un declino delle percentuali raccolte dal partito e quelli che lo hanno invece risollevato. Esattamente come accade ai premier sono più numerosi i primi. Tra questi Veltroni, che in occasione delle elezioni del 2008 aveva portato il PD a raccogliere un terzo dei voti, prosciugando la sinistra radicale, ma che dopo il voto e la vittoria di PDL e Lega è stato visto come un perdente, fino a subire un calo di consenso di anche 10 punti. 

Meglio è andata invece al successore Franceschini, che ha risollevato il partito portandolo fino quasi al 30% e poi a Bersani. Il quale poi ha vissuto come molti una luna di miele iniziale seguita da alti e bassi, questi ultimi soprattutto in occasione degli aumenti di popolarità di altri leader dell’area di centrosinistra, come Di Pietro e Vendola.

Mantenendo tuttavia una stabilità che i suoi successori potranno solo sognarsi.

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Fonte: SWG, Euromedia, Emg, Ipsos, rielaborazione di Momento Finanza

La parabola renziana, un crollo di 20 punti in 4 anni

Se c’è infatti un segretario che rappresenta molto bene la tipica parabola che vivono molti leader giunti al potere, che siano premier o segretari di un partito, questo è Renzi. Che è stato del resto entrambi nello stesso lasso di tempo. 

L’entusiasmo e la popolarità che son seguiti allo storico 40,8% delle europee del 2019 aveva portato il PD a picchi mai visti prima nei sondaggi e che solo la DC degli anni ‘50 aveva eguagliato, sopra il 42%, ma questa volta il potere ha logorato proprio chi lo deteneva e come già accaduto a molti il sostegno è man mano sceso, prima  sotto il 40% nel 2015, e poi dopo la sconfitta al referendum costituzionale sotto il 30%, nel 2017, fino a cifre più vicine al 20% prima delle politiche del 2018. 

Si è trattato di un crollo di 20 punti, forse il peggiore verificatosi sotto un solo leader in un lasso di tempo così breve, paragonabile probabilmente solo a quello del PDL di Berlusconi nel suo calo analogo tra 2010 e 2014, quando era ormai diventato Forza Italia.

Ma in quel caso vi erano state delle scissioni da inserire nel conto.

La segreteria di Martina non ha migliorato il trend del consenso. E anche Zingaretti nel suo piccolo ha iniziato con una ripresa delle intenzioni di voto, culminate in valori superiori al 23% dopo le europee del 2019, ma, complice l’abbandono di Renzi, ha vissuto un altro calo verso valori simili a quelli delle ultime politiche.

Fonte: SWG, Euromedia, Emg, Ipsos,  rielaborazione di Momento Finanza

Ora tocca a Enrico Letta, che sembra avere recuperato quel calo nei sondaggi che il partito aveva sofferto dopo le dimissioni di Zingaretti. Ma non avrà probabilmente vita facile. Perché il mondo della politica è cambiato e il partito più “antico” d’Italia forse non vi si è ancora adattato.