Nel 2019 nel mondo sono state prodotte circa 16 milioni di tonnellate di pasta, praticamente il doppio di venti anni fa. Se l’Italia è sempre al primo posto di consumo-procapite  –  per complessive 1,4 tonnellate – è cambiato il tipo di pasta che preferiamo. Gradualmente il consumo di spaghetti è sceso a favore della pasta corta. Nel territorio italiano solo un piatto su cinque è a base di spaghetti. Nel mondo, uno su tre.

Come evolve l’azienda Rummo sul mercato

A fronte della predilezione del consumatore a sperimentare penne rigate, fusilli, rigatoni, farfalle, linguine, lumachina, bucatini, mezze maniche, il Pastificio Rummo, nato nel 1846 a Benevento – dove i Longobardi si spinsero e fondarono un Ducato nel 571 – si è affermato anche grazie alla varietà dell’offerta.

Rummo sforna sempre nuove idee: “lenta lavorazione”, “lavorazione al vapore senza glutine”, maccheroncelli con lenticchie rosse e riso integrale, fusilli con ceci di Toscana e riso integrale. Evidentemente nel beneventano credono nella legge di Say: è l’offerta che crea la domanda, per cui il consumatore va corteggiato, ascoltato e stimolato. In terra straniera Rummo porta avanti un messaggio accattivante: “Life is too short to eat bad pasta”.

Rummo: un esempio virtuoso di impresa familiare

Nella decina edizione del premio “Di padre in figlio” – istituito dalla LIUC – Università Cattaneo, ora promosso dal Family Business Lab diretto dal professor Salvatore Sciascia – sono stati selezionate alcune tra le migliori imprese familiari italiane (almeno di seconda generazione, con un fatturato superiore a 10 milioni di euro). Lo screening è stato effettuato valutando diversi parametri, come l’apertura del capitale, l’innovazione, l’internazionalizzazione.

Tra le imprese del Sud è stata premiata Pasta Rummo, con un fatturato nel 2020 di circa 113 milioni di euro (dai 92 del 2019), in grado di rispondere in modo esemplare all’alluvione che nel 2015 provocò danni strutturali ed economici di notevole gravità.

Cosimo Rummo, che oggi guida la società insieme al figlio Antonio, ha seguito un percorso di crescita basato su acquisizioni, joint-venture combinate con ricerca e sviluppo di nuovi prodotti.

La resilienza – ossia la capacità di assorbire i contraccolpi esterni – nei periodi di crisi è fondamentale. Ma ancora di più è uscire dalle logiche familistiche. La vera impresa familiare, quella che ambisce a crescere nei mercati internazionali, deve uscire dal familismo amorale (Edward Banfield lo descrisse mirabilmente nel suo volume “Le basi morali di una società arretrata”). Nelle parole di Sciascia – professore di Family business -, “dobbiamo promuovere una cultura dell’imprenditorialità familiare: famiglie proprietarie responsabili, alla ricerca di opportunità imprenditoriali, con equity, board e management aperti alla competenza, nell’interesse di tutti gli stakeholder”.

Nel nuovo piano di investimento predisposto dall’azienda, si prevede un incremento della capacità produttiva dalle attuali 61 mila tonnellate a 116 mila, con due linee di produzione nuove e il potenziamento di tutte le attrezzature a supporto.

  L’investimento sarà in chiave 4.0, per rendere più efficienti tutti i reparti (approvvigionamento, produzione e confezionamento) e sarà totalmente autofinanziato da Rummo, che non si accontenta di sopravvivere, ma punta a crescere a doppia cifra, anche sui mercati internazionali