Didattica a distanza

Sostanzialmente tutto il dibattito sulle conseguenze economiche della pandemia si stanno concentrando sul crollo dei redditi, del PIL e dell’occupazione e sul rimbalzo che si immagina nel 2021 e negli anni immediatamente successivi. 

In un Paese abituato già in tempi normali a pensare che tanto nel lungo periodo “saremo tutti morti” (cit.) i possibili impatti a lunga distanza stanno venendo bellamente ignorati. Deve essere anche per questo che il danno umano, sociale e anche economico di un’istruzione incompleta, affidata solo alla DAD, passa in secondo piano rispetto al resto. 

L’Italia è tra i Paesi che da fine febbraio 2020 ha mandato meno tempo i propri studenti nelle aule, perlomeno quelli delle superiori, ovvero quelli più decisivi per la formazione delle competenze utili ai futuri lavoratori.

Cominciano a essere evidenti le conseguenze. Secondo una indagine demoscopica di Save the children e IPSOS di gennaio 2021 il 28% degli studenti delle superiori ha compagni che hanno smesso di frequentare, soprattutto dopo i 16 anni.

Corrisponde all’incirca a 34 mila ragazzi.

Sono numeri elevati persino per l’Italia, che già spicca per abbandono scolastico

Abbandono scolastico al 13,5% in Italia

Secondo le statistiche ufficiali infatti quello relativo alle scuole superiori ammontava nel 2019 al 13,5%, una delle percentuali più alte in Europa, inferiore solo ai record toccati in Spagna e Romania, dove si arrivava al 17,3% e al 15,3%. E molto più alta di quella che si riscontra in Europa occidentale e centro-settentrionale, dove si scende all’8,3% francese, per esempio. 

Sono dati però sicuramente inferiori di quelli che l’indagine di Save the children e IPSOS mostra. Andiamo incontro a un raddoppio della proporzione di ragazzi che abbandona la scuola?

 

Sarebbe un peccato anche perché negli ultimi anni dei progressi innegabili c’erano stati, basti pensare che nel 2018 la percentuale di abbandono era ben superiore, del 18,3%.

E sarebbe un peccato anche perchè al contrario di quello che accadeva forse un tempo soprattutto in alcuni angoli d’Italia gli studenti che smetterebbero di sedere tra i banchi delle scuole non andrebbero certo a lavorare, ma ingrosserebbero le già nutrite fila dei NEET, coloro che non lavorano e non studiano

abbandono scolastico
Dati Eurostat, rielaborazione di Momento Finanza

Un sistema educativo che ostacola la prosecuzione degli studi

Complice certamente anche un sistema educativo che non è mai riuscito a coinvolgere gli studenti più deboli, ma che è apparso più come un sistema a parole inclusivo e solidaristico, che “non lascia indietro nessuno”, nei fatti molto selettivo. 

Una selezione ipocrita e silenziosa, che non passa tanto da test all’ingresso come quelli che interessano alcune scuole superiori e soprattutto le università più prestigiose del mondo anglosassone e non solo, perchè in Italia sostanzialmente tutti possono iscriversi in tutte le scuole, dai licei alle professionali e poi all’università, ma passa dalla difficoltà di un metodo di insegnamento scolastico e universitario inutilmente difficile, mnemonico, generalista e troppo poco specialistico e finalizzato all’apprendimento delle competenze realmente necessarie.

 

Un approccio che ormai forse inconsciamente è il lascito del singolare e antico connubio, come una sorta di compromesso storico, tra la cultura cattolica e di sinistra, solidaristica, e quella elitaria e gentiliana della vecchia borghesia italiana, quella dei licei classici, del ceto dei dipendenti pubblici e delle professioni.

Quello che ne deriva è un primato, siamo il Paese con la maggiore differenza tra la percentuale di 20enni iscritti all’università e la proporzione di 25-34enni che 5 anni dopo risultano laureati, una differenza negativa. Avevamo il 5,9% di studenti in più della Germania, ma poi il 6,7% in meno di laureati, il 9,2% in meno di 20enni universitari che nel Regno Unito, ma poi il 21,7% in meno di quanti avevano completato gli studi.

Questo vuol dire una sola cosa, che in Italia si tende ad abbandonare l’università molto più che altrove.

percentuali laureati
Dati Eurostat, rielaborazione di Momento Finanza

Le conseguenze economiche

Gli stessi meccanismi che in tempi normali giocano a sfavore dell’istruzione e dell’apprendimento di competenze necessarie alla forza lavoro di un Paese avanzato vengono ora amplificati.

La pandemia funge da lente, ingrandisce in modo non lineare, ma più che proporzionale soprattutto i vulnus più grandi già esistenti.

Se delle scuole chiuse ci si occupa poco le università sembrano ormai scomparse completamente dai radar, con sedi storiche e prestigiose divenute di fatto università telematiche.

Ma tutto ciò ha delle conseguenze. L’OCSE ha cominciato a occuparsene già nei primi mesi dell’emergenza e a settembre 2020 stimava che nel mondo la perdita di reddito futuro per lo studente medio per ogni anno di scuola perso sarebbe stato del 7,7%, andando dal 4,6% della Grecia al 16,7% di Singapore.

Qualcuno potrebbe affermare che noi siamo in una situazione più simile a quella greca, dove l’istruzione, a differenza che a Singapore, ha un impatto minore sui guadagni futuri, ma sarebbe una consolazione molto magra. Principalmente perchè tali medie statistiche nascondono sempre, e soprattutto in tali casi, enormi disuguaglianze. 

È già piuttosto evidente che sono soprattutto gli studenti di famiglie già a basso reddito quelli che tendono più di altri ad abbandonare la DAD e con essa gli studi.

 

Le conseguenze della pandemia sull’istruzione e sui redditi degli attuali studenti e futuri lavoratori sono colpiranno soprattutto i più poveri.

E con essi naturalmente tutta l’economia, visto che sempre per l’OCSE il danno di anche solo ⅔ di anno scolastico perso sarà in termini di PIL da qui alla fine del XXI secolo di  3478 miliardi per il nostro Paese. 

Le conseguenze sociali 

L’economia e i soldi non è tutto, ci dicono in tanti in un Paese come il nostro così allergico, anche nelle sue classi dirigenti, ai discorsi contenenti cifre e numeri sui conti o sul PIL.

Il problema è che tutto si tiene, e una perdita di competenze in un Paese che già soffre di pesanti carenze in questo campo avrà conseguenze che andranno ben oltre quelle economiche, anche se con queste si intersecheranno.

Saranno anche sociali. Un Paese che invecchia e che ha un tasso di dipendenza degli anziani già tra i più ampi al mondo non potrà pensare di far pagare le pensioni di sempre più 70enni, 80enni, e 90enni a sempre meno italiani in età lavorativa se questi ultimi diminuiranno non solo per il calo demografico in accelerazione, ma anche per il maggior numero di NEET che una minore istruzione provocherà.

E ovviamente non è una soluzione per questi ultimi sopravvivere con le generose pensioni di una generazione, quella del baby boom, che pian piano se ne andrà. 

Noi tra l’altro siamo abituati ormai ad un livello di delinquenza che nonostante tutto è basso in paragone ad altri Paesi dell’Occidente, non ci sono veri ghetti paragonabili a quelli americani o anche francesi, dopo gli anni ‘70 e ‘80 si è anche ridimensionato il problema della droga, le dipendenze in generale, compresa quella da alcol, sono meno presenti che nel resto d’Europa. 

Sono vantaggi di cui si parla poco, e che forse diamo per scontati, ma scontati non sono.

Una generazione di 20enni meno istruiti, quindi più poveri, con genitori in condizioni economiche meno solide di quelle delle generazioni precedenti, con meno paracadute, non potrà assicurare la stessa pace sociale di cui oggi godiamo, forse senza rendercene conto.