È iniziato tutto con Didi, l’Uber cinese, ad inizio luglio. Il governo cinese aveva bloccato l’applicazione un giorno prima del suo debutto a Wall Street, causando una perdita miliardaria alla società che aveva raggiunto un valore di mercato di $70 miliardi. Il tutto per timori sulla gestione dei dati dei clienti da parte dell’azienda. 

A Piazza Affari Pechino punta il dito sul tech e non solo

La morsa di Pechino si è poi diramata su altre big dell’importante settore tecnologico del Sol Levante, molte delle quali esposti a capitali esteri e quotate a New York e Hong Kong, come Alibaba e Tencent, colpevoli, secondo Pechino, di non rispettare le regole sulle proprietà intellettuale.

 

In particolare, il governo cinese se l’è presa inzialmente con le società che utilizzano la struttura legale cosiddetta ad “interesse variabile” o VIE, molto usata dalle compagnie cinesi per approdare sulle Borse internazionali. 

Successivamente, Pechino ha puntato il dito contro altri settori, come l’educazione privata e le società che offrono online learning, nel tentativo delle autorità di trasformare queste società, molto redditizie, in non-profit. Un settore che, secondo le stime, vale 120 miliardi e che ha subito le perdite più pesanti sui mercati, con alcuni titoli che hanno perso addirittura il 45%.

La stretta s’inserisce nella più ampia “guerra tecnologica” tra Stati Uniti e Cina, con il presidente americano Joe Biden che nelle scorse settimane ha messo in guardia le aziende Usa sulla quotazione alla borsa di Hong Kong, sempre più nel raggio di Pechino. Come prevedibile, il giro di vite delle autorità cinesi ha creato un bello spavento tra gli investitori, internazionali e non. In tre giorni la Borsa di Hong Kong ha perso l’8%, con ampie vendite registrate su titoli di Stato cinesi, sullo yuan, e con effetti anche sui listini occidentali, che nella prima parte della settimana hanno chiuso in negativo.

 

A metterci una pezza, è stata la stessa Chinese Securities Regulatory Commission che ha chiamato banche e investitori per rassicurarli che le misure contro le società hi-tech sono “un incidente isolato” e non hanno “un significato più ampio per il mercato”.Secondo gli analisti di Mps Capital Services, quello che preoccupa il mercato è che una regolamentazione più severa “può avere delle ripercussioni negative sulla crescita”, come avvenuto nel 2015 con la svalutazione dello yuan, da cui partì un effetto domino che coinvolse anche i listini occidentali.

Piazza Affari può aspettare: Fed rimanda tutto a dopo l’estate

La stagione delle trimestrali è entrata nel vivo, ma questa settimana è stata targata Federal Reserve. La banca centrale Usa ha tenuto la tanto attesa riunione di politica monetaria, forse l’evento più importante per le Borse, decidendo di far passare ai mercati un’estate tranquilla.

La banca ha deciso, come previsto, di non aumentare i tassi d’interesse, e di non ridurre il piano di acqusti obbligazionari da 120 miliardi mensili, il vero attenzionato dal mercato per questa riunione, vista un’inflazione al 5,4% e con molti segmenti dell’economia che lamentano un aumento sconsiderato dei costi.

 

La Fed ha però segnalato che si sta avvicinando la fine del cosiddetto quantitative easing, o almeno una sua riduzione (tapering), affermando che le condizioni per una decisione sugli stimoli “saranno valutate entro la fine dell’anno”.Il governatore Jerome Powell ha poi precisato, in conferenza stampa, che l’economia sta facendo progressi verso gli obiettivi di ripresa, ma “c’è ancora molta strada da fare prima di una normalizzazione degli strumenti monetari”.

La panacea della Fed ha funzionato un’altra volta per i listini di Wall Street, facendo dimenticare dei dati macroeconomici deludenti, che hanno visto il tasso di crescita Usa al 6,5% nel secondo trimestre dal +8,5% atteso con i sussidi di disoccupazione iniziale aumentati a 400.000, quasi il doppio della media pre-pandemica. 

Per gli analisti della banca olandese ING, l’incontro di Jackson Hole a fine agosto “vedrà i funzionari Fed iniziare a gettare le basi per una riduzione del QE”, con informazioni più dettagliate che “arriveranno a settembre prima di un annuncio ufficiale a dicembre”.Secondo gli esperti, il QE statunitense “terminerà nel secondo trimestre del 2022”.