dadi con scritta debt

Con un ventaglio di settori chiuso per mesi, la richiesta di liquidità da parte del sistema è schizzata alla stelle portando alla luce una questione non nuova in tempo di crisi, quella del debito privato. Il crollo storico del PIL, non solo in Italia, ha ingigantito il dibattito riguardo l’aumento del debito pubblico, a cui però non è seguito il problema della sostenibilità del privato e delle imprese.

In un paper, il Fondo Monetario Internazionale afferma che il Covid-19 “ha esacerbato il sovra-indebitamento delle imprese, delle piccole medie imprese e delle famiglie in molti paesi del mondo, influendo sul funzionamento del sistema di risoluzione del debito privato”.

La combinazione di alti livelli di indebitamento delle imprese e delle famiglie e lo shock dovuto alla pandemia, si legge nello studio, crea “una sfida economica senza precedenti per molti paesi”.

Secondo il Global Debt Database dell’FMI, il debito globale complessivo si è attestato al 226% del PIL nel 2018, di cui tre quarti del debito delle imprese e delle famiglie e, dati i livelli “senza precedenti” di debito prima della crisi, la pandemia potrebbe innescare “una vasta sofferenza del debito nel settore delle imprese, in particolare nelle PMI, nonché nel settore delle famiglie in molti paesi, che a sua volta potrebbe influenzare il settore finanziario attraverso un aumento degli NPL – Non Performing Loans”.

scritta debt con righello verticale
scritta debt con righello verticale (Fonte: shutterstock)

Nell’ultima rilevazione disponibile dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, il debito privato italiano (calcolato come la somma dei prestiti a società non finanziarie, famiglie e istituzioni no- profit) era pari al 168,1% del prodotto interno lordo nazionale nel 2017 e del 166,2% nell’anno successivo.

Nel 2018, il rapporto debito pubblico /PIL era inferiore e pari al 134,8%.

Per molti economisti, le strategie di risoluzione non possono operare guardando solo al debito privato, ma devono essere attuate in linea con le politiche fiscali e finanziarie, in una sorta di coordinamento privato/pubblico.

Lo stesso Mario Draghi, ex governatore di Banca Centrale Europea e Bankitalia, in un editoriale apparso sul Financial Times a fine marzo si sofferma sulla sostenibilità del settore privato nel contesto pandemico, sottolineando la necessità di un aumento del debito pubblico per permettere un maggiore assorbimento di quello privato da parte dello Stato.

“E’ già chiaro che la risposta deve comportare un ingente aumento del debito pubblico”, scrive Draghi quasi in apertura, e “la perdita di ricavi in cui è incorso il settore privato, e qualunque debito a cui è ricorso per riempire il gap, devono essere eventualmente assorbiti, in tutto o in parte, dai bilanci governativi”.

Livelli molto più elevati di debito pubblico diventeranno “una caratteristica permanente delle nostre economie” e saranno accompagnati “dalla cancellazione del debito privato”.

“E’ ruolo proprio dello Stato”, aggiunge Draghi, “quello di impiegare il bilancio per proteggere i cittadini e l’economia dagli shock di cui il settore privato non è responsabile e che non è in grado di assorbire”.

L’avvertimento è chiaro: soffriamo di un eccesso di indebitamento nel settore privato, e questa crisi sta accelerando questi problemi sistemici con l’ulteriore aggravante dell’incertezza riguardo la durata del virus.

Debito privato e crediti non performing

Un termometro efficace per misurare la sostenibilità del settore privato è l’analisi dei crediti deteriorati, o non performing loans, i quali forniscono un quadro dettagliato circa la salute delle istituzioni finanziarie e non.

Ma cos’è un NPL? Un credito non performing è un credito bancario, come un mutuo o un prestito, che il debitore non riesce più a ripagare regolarmente o del tutto. Per le banche si tratta di finanziamenti la cui riscossione è incerta a causa della scadenza o per l’ammontare dell’esposizione di capitale.

scritta non performing loan
scritta non performing loan (Fonte: shutterstock)

All’interno della categoria dei crediti deteriorati, ci sono tre ulteriori sottoclassi in ordine di capacità di ripagamento: le sofferenze, le inadempienze probabili o unlikely to pay (crediti giudicati improbabili senza il ricorso ad azioni quali l’escussione delle garanzie) e i crediti scaduti (esposizioni scadute da oltre 180 giorni).

La nona edizione del Meeting Banca Ifis NPL, “The Wave”, il principale evento italiano per il mercato dei Non Performing Loan e delle ristrutturazioni bancarie tenutosi a fine settembre a Villa Erba a Cernobbio, Como, ha evidenziato come una “nuova ondata” di crediti in sofferenza sta per colpire il nostro Paese, e in particolar modo alla fine del periodo delle moratorie e delle garanzie statali.

Nell’ipotesi di ripresa dell’economia macroeconomica, nel 2021 il tasso di insolvenza, ovvero i crediti in bonis che diventano deteriorati, potrebbe attestarsi al 2,8% contro l’1,3% del 2019.

Lo stock complessivo, sommando gli importi di NPL e UTP ancora presenti nei bilanci delle banche e quelli già ceduti, si prevede che raggiungerà i 338 miliardi di Euro nel 2020 (+ 5% sul 2019) mentre le esposizioni potrebbero salire a 385 miliardi di Euro nel 2021 e aumentare ulteriormente nel 2022.

Il mercato delle transazioni NPL, con 34 miliardi di euro di fatturato previsto per il 2020 e ulteriori 34 miliardi di euro stimati per il 2021, “contrariamente alle timide aspettative di qualche anno fa resterà decisamente dinamico”, si legge nella nota diffusa a margine dell’evento.

“Come altri mercati, quello delle sofferenze entrerà in un nuovo ciclo economico: stimiamo un aumento delle esposizioni deteriorate di bilancio bancarie”, ha spiegato Luciano Colombini, amministratore delegato di Banca Ifis.

“Sulla base di ipotesi macroeconomiche meno favorevoli ma ancora senza un secondo blocco totale”, ha aggiunto l’Ad, “il tasso di default al 2021 potrebbe raggiungere il 3,4%”.

Secondo l’NPL Market Watch della banca quotata a Piazza Affari, nel 2021 si prevede un aumento “considerevole” dei flussi di nuovi flussi di NPL nei bilanci delle banche, portando il rapporto NPE al 7,3%, in crescita rispetto al 6,2% in questo 2020 (target UE: max 5%). Si stima che il segmento delle imprese abbia un impatto maggiore di quello familiare.

Per le operazione di non performing, nel 2020 i portafogli non garantiti avranno “una maggiore incidenza” nelle vendite di NPL, per una quota del 31% del totale.

Il mercato secondario, spiega il report, contribuirà “in modo significativo” al totale della transazione con un 29% di incidenza prevista nel 2020, e del 30% nel 2021.

Inoltre, per il mercato degli unlikely to pay, nel biennio 2020-2021 Banca Ifis prevede anche un consolidamento del mercato delle transazioni con 27 miliardi di euro di fatturato totale atteso dai 16 miliardi nel solo 2020.

“Il tasso di insolvenza dovrebbe raggiungere il 2,8%, il doppio di quanto registrato nel 2018-2019”, ha avvertito il CEO, precisando comunque che il tasso risulterebbe inferiore a quello della crisi precedente quando aveva raggiunto il 4,5%.

Secondo Colombini, il sistema finanziario rimane ben posizionato rispetto alla crisi precedente “perché le banche hanno implementato sistemi di identificazione / monitoraggio e metodi attivi per gestire i crediti NPE nelle varie fasi di deterioramento”.

Gli NPL, sottolinea l’Ad, “sono una vera e propria industria con circa 8.000 operatori e 230 miliardi di Euro di NPE gestiti, in grado di intervenire nelle varie fasi del processo di finanziamento per contenere il deterioramento e massimizzare i recuperi di NPL”.

“Nei prossimi mesi vogliamo essere ottimisti e considerare positivamente i segnali di ripresa in grado di attivare nuovi cicli virtuosi per la nostra economia”, ha infine affermato il consigliere esecutivo.