Giornale Brexit

Gli effetti della Brexit iniziano a farsi sentire. E a farne le spese è proprio l’ex capitale della finanza europea. All’inizio del nuovo anno, Amsterdam ha spodestato Londra come il più grande centro di scambio finanziario d’Europa, dopo che il Regno Unito ha lasciato il mercato unico lo scorso 31 dicembre, raccogliendo anche un’importante fetta di derivati.

Secondo i nuovi dati della Cboe exchange (una delle borse più grandi al mondo che opera anche a Londra e Amsterdam), i mercati nella capitale olandese hanno scambiato prodotti finanziari per 9,2 miliardi di euro al giorno nel mese di gennaio, rispetto agli 8,6 miliardi di Londra.

I numeri si confrontano con una media di 17,5 miliardi scambiati ogni giorno a Londra nel 2020, quando Francoforte era la seconda piazza finanziaria con 5,9 miliardi e Amsterdam addirittura sesta con “solo” 2,6 miliardi.

Molti operatori della City of London avevano da tempo avvertito delle conseguenze dell’uscita dal mercato unico europeo senza adeguate disposizioni per gli scambi di servizi, in particolare la finanza, che rappresenta circa l’11% delle entrate fiscali del Regno Unito, e il 6,9% del PIL (2019).

L’accordo “last minute” raggiunto a fine dicembre tra Londra e Bruxelles (definito “deludente” dall’ex primo ministro Theresa May) ha di fatto omesso un’intesa sui servizi, con le aziende britanniche che ora devono negoziare i permessi con i singoli Stati membri, costringendo le principali banche con sede nel Regno Unito a trasferire asset e risorse umane nelle capitali finanziarie europee per evitare significative interruzioni operative.

Uno studio separato di IHS Markit ha mostrato come gli scambi di interest rate swap denominati in euro si siano spostati massicciamente da Londra, una volta il più grande centro di scambio di swap del mondo, favorendo piattaforme nell’UE e New York.

Nel mese di gennaio, Amsterdam, e in misura minore Parigi, hanno rappresentato un quarto del mercato degli swap in euro a gennaio, rispetto al 10% dello scorso luglio, mentre la quota di Londra è scesa dal 40% a poco più del 10%, con le piattaforme statunitensi che hanno raddoppiato i volumi al 20% del mercato totale di questo tipo di derivati.

Amsterdam
Amsterdam (fonte: Unsplash)

Esodo sui canali olandesi

Non solo le grandi banche scappano dalle rive del Tamigi. La Netherlands Foreign Investment Agency ha mostrato come anche le società non-finanziarie preferiscano i canali. Nel 2020, 305 società, tra cui la statunitense Beyond Meat, hanno scelto di aprire una sede nei Paesi Bassi per operare nell’UE, con 8.600 nuovi posti di lavoro che verranno creati nei primi tre anni a cui si aggiunge un indotto stimato di 1,9 miliardi di euro.

Tornando indietro, dal referendum del giugno 2016, sono 218 le aziende che hanno optato per i Paesi Bassi invece del Regno Unito, tra cui la Commonwealth Bank of Australia, indicando tra le motivazioni “problematiche burocratiche legate alla Brexit”.

Per l’agenzia olandese, i Paesi Bassi “rimangono popolari tra le società che stanno subendo interruzioni a causa della Brexit, le cosiddette società Brexit”. “Molte aziende nel Regno Unito stanno attualmente riscontrando problemi a causa dell’amministrazione, delle procedure, dei tempi di consegna e del peggioramento dell’accesso al mercato europeo”, ha affermato.

Secondo NFIA, l’incertezza degli ultimi anni “non è scomparsa”, ma anzi ha portato “sempre più società Brexit”, con 550 società in trattativa per un trasferimento o un’espansione in Olanda. Tra queste, non ci sono solo company britanniche, ma anche americane e asiatiche che “stanno riconsiderando la loro struttura europea a causa dell’incertezza causata dalla Brexit”.

Regime di equivalenza

La Square Mile londinese è stata per decenni il centro finanziario europeo, principalmente grazie ad un “passaporto finanziario” che permetteva la libera circolazione dei capitali. In poche parole, le società finanziarie britanniche, in quanto parte dell’UE, erano munite di questo “lascia-passare” e potevano concedere un prestito a una azienda di Francoforte o negoziare obbligazioni a Parigi senza costi o pratiche aggiuntive.

Da questo gennaio, se le “firms” vogliono operare nel mercato unico, lo devono fare attraverso il cosiddetto “regime di equivalenza”, lo stesso regime adottato per le banche di paesi extra UE come Stati Uniti e Giappone, che si basa sul riconoscimento reciproco dei requisiti legali per la regolamentazione di un bene (in questo caso dei servizi finanziari).

Tra i punti critici di questa normativa, destinata ad essere le nuova realtà delle relazioni finanziarie UK-UE, è che Bruxelles può ritirare questi permessi quasi senza preavviso, e non sono comprese aree chiave come le banche commerciali e parte del settore assicurativo. A preoccupare gli operatori è anche il tempo che può metterci l’UE a dare l’ok ad una banca britannica, in quanto non c’è un limite di tempo stabilito dai regolatori europei per le decisioni di equivalenza.   

Bandiera UE
Bandiera UE (fonte: Unsplash)

“È nell’interesse sia dell’UE che del Regno Unito intrattenere relazioni strette e profonde nei servizi finanziari. Come hanno sottolineato i sostenitori della Brexit nel Regno Unito, la City è un importante pool di talenti per le imprese dell’UE, nonché una fonte di finanziamento e liquidità.

E la città ha bisogno di un buon accesso al mercato europeo, che rappresenta una parte significativa delle sue attività“, ha affermato Andreas Dombret, ex membro del Bundesbank e del supervisory board della BCE, in un intervento sul Financial Times.

Secondo Dombret, ci sono, tuttavia, molte debolezze nel regime di equivalenza, “il che è senza dubbio il motivo per cui molti nella City hanno sostenuto che non fosse un’opzione praticabile nel Regno Unito”. L’equivalenza, spiega l’ex di BCE e Bundesbank, “non copre molte attività, come servizi bancari retail o assicurazioni”, ed “è intrinsecamente politico in quanto può essere ritirato unilateralmente dall’UE con poco preavviso”.