Lockdown Italia

Un’emergenza epocale come la pandemia del COVID 19 sbatte in faccia ai cittadini e alle istituzioni alcune scelte molto difficili riguardo al modo in cui affrontarla nella maniera più razionale e sensata. In particolare –specialmente in queste settimane caratterizzate da una seconda ondata di contagi, ospedalizzazioni e decessi – si pone ancora una volta la scelta gravosa tra la tutela della salute di fronte alla pandemia e la prosecuzione dell’attività economica e sociale, perché il reddito – cioè il benessere economico medio del paese – non cali troppo. Nel caso italiano, prima della seconda ondata poteva essere plausibile ipotizzare per il 2020 un calo del PIL reale tra l’8 e il 9 percento, mentre oggi –ancora prima della scelta eventuale di imporre un secondo lockdown– è più realistico immaginare che il PIL calerà a un tasso vicino al 10%.

Non possiamo però nasconderci dietro la consolatoria illusione che non esista un trade off, cioè una scelta tra esigenze sanitarie ed esigenze economiche. Inoltre, è altrettanto vero che i cittadini –in funzione di vari fattori tra cui la propria posizione economica- hanno valutazioni diverse a proposito del punto migliore da scegliere su questa curva decrescente che mette in relazione –per l’appunto inversa- i costi economici e i costi sanitari della pandemia.

Bisogna però non essere ipocriti, e in particolare non bisogna far finta che la propria sicurezza economica –così come sperimentata durante il lockdown di primavera- non conti nulla rispetto alla voglia di un secondo lockdown, pur in una forma più razionale, tale per cui le scuole e le attività lavorative vengono preservate il più possibile. Mettiamo le cose in chiaro: con ogni probabilità chi ha un reddito stabile come un dipendente pubblico o un pensionato (oppure il dipendente di una società privata il cui fatturato non è crollato) sarà significativamente più favorevole a un secondo lockdown rispetto a lavoratori autonomi, lavoratori precari e dipendenti di società private che sono già finiti in cassa integrazione.

Vorreste credere che sia diverso da così? Mi spiace, l’analisi scientifica in ogni ambito –e soprattutto in quello economico, politico e sociale- non si fa con il wishful thinking, ovvero coltivando l’illusione che la realtà sia come ci piacerebbe che sia, e non come è di fatto.

Quindi non si tratta soltanto di scelta dolorosa tra salute ed economia, ma anche di ripartizione dei costi connessi qualora –anche con buone ragioni- il governo decida di implementare un secondo lockdown. L’idea che qui svolgo e che in termini provocatori ho già esposto qualche giorno fa sui social network è quella dell’esigenza di un #LockdownSolidale, ovvero di un lockdown per cui anche i dipendenti pubblici –nella misura in cui lavorano di meno durante il lockdown stesso- accettino di pagare un contributo di solidarietà per finanziare i costi pubblici della pandemia stessa.

Sotto questo profilo, sono sulla stessa linea di Mario Seminerio che già a marzo proponeva una cassa integrazione per il settore pubblico, in maniera parallela a quel che accade nel settore privato:

Detto in termini brutali ma veritieri: è troppo facile essere favorevoli a un secondo lockdown quando non ne subisci alcun costo economico, anzi puoi risparmiare di più perché a parità di reddito il tuo consumo risulta compresso dalla soppressione delle occasioni di consumo causate dal lockdown medesimo. È una questione di giustizia sociale, di cui si riempiono la bocca molti di quelli che hanno criticato questo approccio, senza riflettere sul fatto che l’equità orizzontale, cioè il trattamento simile di situazioni simili, è parte integrante dell’idea di giustizia economica. Come possiamo accettare dal punto di vista della dignità umana il fatto che vi siano settori amplissimi della società che sopportano il costo dell’emergenza e della sua gestione in misura largamente minore di altri settori?

È facile –e un po’ ipocrita- scegliere la via della salute quando non vedi i costi economici di ciò.

Semplicemente perché paga qualcun altro.