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L’Italia è un Paese ricco, caratterizzato da ingente ricchezza privata e da un debito pubblico mostruoso. In questa discrasia gioca un ruolo rilevante l’evasione fiscale. Si sa a quanto ammonta, chi evade, come l’evasione si distribuisce sul territorio, eppure la paura di perdere consensi induce la classe politica a non intervenire, a mantenere lo status quo, invece di combattere per ridurre il fenomeno a dimensioni «normali».

Si stima per esempio che l’evasione sull’iva sia nell’intorno del 28% mentre nella media dei Paesi dell’area dell’euro sia vicino al 13%, meno della metà.

Potrebbe venire in soccorso Camillo Benso conte di Cavour, quando, in un intervento alla Camera del 7 marzo 1850, chiese al governo una più incisiva politica di riforme: “Vedete, dunque, o signori, come le riforme, compiute a tempo, invece di indebolire l’autorità, la rafforzano; invece di crescere lo spirito rivoluzionario, lo riducono all’impotenza”.

Le cifre dell’economia sommersa in Italia

La capacità di prelievo fiscale da parte dello Stato è sempre stata modesta. Vincenzo Visco, già ministro, uno dei massimi esperti di questioni tributarie, stima il tax gap complessivo intorno ai 111 miliardi di euro (24,8% del gettito teorico dovuto, contro il 15,2% della UE): “È piú che legittimo ritenere che l’evasione complessiva risulti vicina ai 140-150 miliardi, tra l’8 e il 9% del PIL, il 20% delle entrate fiscali e il 30% delle entrate tributarie”.

Secondo l’ISTAT il valore aggiunto ascrivibile all’economia sommersa si attesta sui 190 miliardi, pari all’11,5% del prodotto interno lordo. La Relazione sull’economia non osservata e sull’evasione fiscale e contributiva del 2017 stimò in 87 miliardi di euro, nella media del periodo 2010-15, il gap tra le imposte effettivamente versate e quelle che i contribuenti avrebbero dovuto versare in caso di perfetto adempimento degli obblighi tributari.

È noto come il tasso di illegalità in Italia sia molto elevato. La macchina tributaria ci aggiunge del suo rendendo complessi gli adempimenti, visto che le regole cambiano in continuazione. A titolo conoscitivo segnaliamo che in Italia – dai sacchetti della spesa alle banane – sono ben 190 le tipologie di balzelli.

Il carico fiscale è sperequato, concentrato su pensioni – che compensano in tal modo il sussidio regalato ai «retributivi» – e lavoro dipendente; molti percettori di redditi di impresa individuale, di lavoro indipendente, di fabbricati, evadono in modo sistematico le imposte. Le società per azioni agiscono tramite l’elusione fiscale.

Conta la volontà politica

Se l’evasione fiscale volesse veramente essere combattuta, si potrebbe anche ricorrere alle tecnologie. Nuovi fonti informative di tipo digitale (siti internet e social network) rendono disponibili i cosiddetti Big Data, ossia archivi di dati non strutturati e di enormi dimensioni, che vengono elaborati attraverso tecniche di analisi basate sull’apprendimento automatico (cosiddetto machine learning).

E’ notizia di qualche giorno fa che l’Unione Europea finanzierà un progetto dell’Agenzia delle Entrate diretto a contrastare l’evasione fiscale con l’intelligenza artificiale (AI), applicata agli oltre 3 miliardi di dati a sua disposizione ogni anno.

Secondo il direttore dell’Agenzia, Ernesto M. Ruffini, il finanziamento servirà per potenziare tre strumenti:

  1. La “network analysis”, ossia scoprire le relazioni indirette tra società per evadere le tasse;
  2. Il “machine learning”, basato sulla capacità di computer di apprendere in modo automatico;
  3. La “data visuatization”, l’analisi ottica delle informazioni.

Mentre l’evasore se la gode, il contribuente onesto può farsi prendere dalla paura. Ma Ruffini, in una audizione al Senato, ha voluto rassicurare i cittadini: tutto verrà fatto con la “massima attenzione alla protezione dei dati e al rispetto del doveroso contraddittorio con il contribuente”.

L’italiano per ragioni storiche non si fida delle istituzioni, ma al contempo si lamenta della colossale evasione fiscale. La virtù sta nel mezzo.