Palazzo del governo con bandiera italiana

Essendo ben distante dai cameraman, il Presidente del Consiglio Conte ha sfoggiato una mascherina chirurgica piuttosto inutile per raccontare in diretta televisiva il contenuto del nuovo Dpcm. Benignamente il presidente del consiglio ha altresì fatto notare che il Dpcm entrerà in vigore venerdì invece di giovedì per facilitare gli aggiustamenti di comportamento necessari da parte di cittadini e imprese.

Vi sono svariati problemi connessi alla scelta di un nuovo Dpcm, che si sovrappone ai Dpcm emanati nelle settimane precedenti. La finalità di questi provvedimenti è naturalmente chiara: quella di imporre ulteriori meccanismi di distanziamento sociale togliendo occasioni di incontro, con lo scopo ultimo di rallentare l’andamento della seconda ondata della pandemia, così da ridurre la pressione su ospedali e terapie intensive, e diminuire il numero dei decessi.

Innanzitutto, la sovrapposizione stessa di diversi Dpcm non permette di fatto di valutare gli effetti di contenimento della pandemia connessi ai Dpcm precedenti, in quanto non è passato abbastanza tempo perché tali effetti si dispieghino. Detto in altri termini, dal momento che non è agevole avere una misura precisa di quanto arrivino in ritardo gli effetti contenitivi di ciascun provvedimento, né i cittadini né il governo stesso riusciranno a capire quali sono gli effetti di cosa. E se ha ragione Giulio Andreotti sul fatto che a pensar male si fa peccato ma spesso ci si azzecca, potrebbe sorgere il legittimo sospetto che la maggioranza governativa -e in particolare le sue componenti descresciste e novecentescamente stataliste- avranno piacere nel convincere i cittadini che è tutto merito dell’ultimo Dpcm più restrittivo, e in particolare della scelta di introdurre un quasi lockdown nelle cosiddette regioni rosse. Impresa comunicativa difficile?

Mica tanto, tenuto conto della posizione politica dei TG RAI e del TG La7, oltre che dei principali quotidiani generalisti, cioè Corriere, Repubblica e Stampa: una posizione politica saldamente intenzionata ad enfatizzare i pericoli del COVID rispetto all’andamento preoccupante dell’economia.

Una seconda questione riguarda la trasparenza e la prevedibilità dei criteri utilizzati per inserire le regioni italiane nei tre gruppi (giallo, arancione, rosso), differenziati per livello crescente di rischio: sono stati menzionati 21 fattori connessi all’andamento locale dell’epidemia e alla pressione sulle strutture ospedaliere regionali. Come si è arrivati alla decisione finale?

Premier Conte con mascherina
Premier Conte con mascherina (Fonte: shutterstock)

Molti si sono ad esempio stupiti che regioni come la Campania e il Lazio, presentate come casi di gravissima esplosione della pandemia dagli stessi media di cui sopra nelle settimane scorse, siano state infine inserite nel gruppo delle regioni “messe meglio”: perché? Conte ha promesso -ci mancherebbe altro!- di rendere disponibili i singoli indicatori per regione e la loro evoluzione nel tempo, ma prima del pomeriggio di mercoledì non era nota la suddivisione delle regioni nei tre gruppi. Trovo totalmente aberrante che i cittadini e le imprese siano stati lasciati in una lunga incertezza sul destino delle loro attività, in attesa dell’assegnazione -versione triplice del dantesco Minosse- del colore fausto, medio o infausto alla propria regione di appartenenza.

Resta inteso che anche le regioni hanno la loro parte di responsabilità in questo processo di creazione di incertezza, a motivo del mercanteggiamento con il governo centrale intorno alle disposizioni specifiche per le tre colorazioni e alla propria “colorazione finale”. Ma il problema dell’incertezza e della trasparenza pesa come un macigno sul Dpcm stesso, e sulla vita degli italiani.

Una terza questione riguarda la decisione di applicare gli stessi criteri a tutti i comuni presenti all’interno del territorio regionale, quando è di tutta evidenza che vi siano andamenti piuttosto diversi all’interno della singola regione. Un esempio eclatante è quello della Lombardia, la regione italiana largamente più popolosa, la quale è ad oggi caratterizzata da un andamento più preoccupante della pandemia nella zona di Milano, Monza e Varese rispetto alle province meridionali ed orientali (Brescia, Bergamo, Lodi, Mantova, Pavia, Sondrio): qual è il senso di decretare “zona rossa” per l’intera regione, invece di specificare una colorazione differenziata per le diverse province?

Mistero.

Il punto finale, su cui convergono queste tre considerazioni, è di carattere economico: con quale probabilità il calo del PIL italiano nel 2020 riuscirà ad essere inferiore al 10%? È difficile prevedere un fenomeno fortemente non-lineare come una pandemia: nello specifico non ho ad esempio formulato nessuna previsione in pubblico su ciò -esattamente a motivo di queste difficoltà di previsione- ma tra me e me immaginavo una seconda ondata che iniziasse a novembre, non a ottobre. Ahimè ho sbagliato. Per parte loro i cittadini con ogni probabilità hanno autonomamente deciso di aumentare il proprio distanziamento sociale ad ottobre, quando hanno visto crescere il numero di nuovi casi positivi, di ospedalizzazioni, di posti in terapia intensiva occupati e di decessi, e nel contempo sono stati spinti a farlo dalle regole introdotte dai diversi Dpcm.

Tuttavia, un eccesso di provvedimenti restrittivi sovrapposti temporalmente l’uno sull’altro, poco chiari nei criteri su cui si basano e disattenti rispetto alle realtà locali specifiche rischia di peggiorare sensibilmente l’andamento dell’economia nel quarto trimestre del 2020, dopo l’andamento molto buono -un rimbalzo più forte delle aspettative- nel terzo trimestre.

È forse gradevole per alcuni pensare che non vi sia nessuna scelta politica tra rischio sanitario e rischio economico, ma sarebbe più corretto ammettere che questa scelta dolorosa esiste a prescindere da questi desideri ingenui. Sotto questo profilo, l’ultimo Dpcm -spiegato in diretta televisiva dal presidente Conte mostrando scarsissima attenzione alle sue conseguenze economiche – rischia di dare un contributo importante alla recessione italiana, portando il calo del PIL ben oltre il 10% annuo, e lontano dalla previsione di un 8,5% che si poteva formulare a settembre. C’è il virus con i suoi costi gravissimi, ma c’è anche il governo con le sue scelte affrettate, confuse e oscure, su cui ha piena responsabilità politica di fronte al paese.