il mercato del lavoro che verrà

L’anno e mezzo e più che abbiamo appena trascorso sarà ricordato nelle cronache future anche per i cambiamenti che ha impresso in ambiti solo in apparenza lontani da quelli sanitari. 

Un po’ come del resto accaduto per le guerre mondiali, che hanno impresso mutamenti sociali (si pensi al lavoro femminile) che non si immaginavano prima del conflitto. 

Ed è proprio l’economia, e in particolare il mondo del lavoro, anche in questo caso, uno di quelli in cui l’impatto del Covid si è fatto sentire maggiormente. In modi diversi. Non necessariamente solo con delle svolte impensabili, ma, anzi, più spesso forse attraverso accelerazioni di tendenze che già in precedenza erano presenti, ma non così evidenti, e che hanno subito una spinta imprevedibile dalla situazione creatasi.

 

Le svolte comunque ci sono state

Chi avrebbe immaginato il ritorno dell’inflazione dopo anni in cui il maggiore timore era la deflazione? 

Chi avrebbe pensato che ora la paura maggiore di molti imprenditori dopo una recessione sarebbe stata la carenza di lavoratori? E non solo nei soliti settori in cui da anni non si trovavano specialisti. Di Great Resignation si parla a livello globale anche più che in Italia, e se alcuni analisti già in passato avevano immaginato che nel lungo periodo questa mancanza di manodopera sarebbe stata un problema, non si immaginava sarebbe accaduto così in fretta. Ma vediamo quali sono i cambiamenti che hanno colpito in particolare l’Italia e soprattutto quelli che ci interesseranno nel prossimo futuro

Prosegue il calo di occupazione delle micro-imprese

Secondo Cerved, che è anche uno dei più importanti centri di analisi del Paese in ambito aziendale, se nel 2022 vi sarà un ritorno ai livelli pre-pandemia dal punto di vista del Pil, lo stesso non accadrà nel campo dell’occupazione.

Perlomeno di quella dipendente. 

I 622 mila lavoratori persi tra 2019 e 2020 non saranno recuperati né nel 2021, naturalmente, né l’anno prossimo. E rimarrà un deficit di 91 mila persone complessivamente, concentrato però soprattutto nel segmento delle micro-imprese, quelle con meno di 10 addetti. 

L’Italia è il Paese d’Europa con più aziende, lo sappiamo, proprio perché mediamente sono molto piccole, e nel 2019 ben il 38,9% dei dipendenti erano occupati nelle realtà che davano lavoro a meno di 10. 

E nel 2022 l’importanza di queste sarà ancora maggiore: dei 91 mila lavoratori mancanti per tornare ai numeri pre-Covid ben 80 mila saranno stati persi proprio qui, nelle micro-imprese. 

Al contrario aumenteranno di 16.700 gli addetti delle aziende più grandi, quelle che ne hanno più di 250. E di 2.200 quelli delle medie. 

Dati Cerved, rielaborazione di Momento Finanza

Cresce il peso delle grandi aziende

È chiaro come in questo caso siamo di fronte a un classico caso di accelerazione di tendenze già presenti.

Sono molti anni che le micro-imprese sono in sofferenza. Dopo lo scoppio della bolla dell’edilizia più di 10 anni fa, e, soprattutto, di quella creditizia, sono state costrette a rinunciare a utilizzare in modo massiccio, e, dobbiamo dirlo, anomalo, la leva finanziaria per andare avanti. 

Non è un caso che, sempre per Cerved, se nel 2007 i debiti erano ben il 122% del patrimonio netto nelle Pmi, nel 2019 erano scesi al 61%. 

Questa opera di risanamento forzato non è stato indolore: sono molte quelle fallite, e attraverso una sorta di selezione darwiniana a rimanere in piedi sono state le migliori, spesso quelle meno piccole. 

Il calo del numero di dipendenti che lavora nelle imprese con meno di 50 o più spesso di 10 addetti è cominciata lì e proseguirà anche in questi anni di robusta ripresa. Anche a livello percentuale sono le micro-aziende quelle che hanno perso più lavoratori nel 2020 e così sarà nel 2021 e nel 2022. 

Di conseguenza aumenterà il peso nell’economia nazionale delle realtà più grandi, nella speranza che questo significhi anche migliori salari e condizioni di lavoro.

Cosa che naturalmente, però, non è automatica.

Dati Cerved, rielaborazione di Momento Finanza

Non solo Hi tech, riprenderà anche l’occupazione nell’edilizia

Probabilmente ancora più interessanti sono i dati sui settori che saranno più interessati dai cambiamenti nel breve e medio periodo secondo Cerved. Se l’incremento, entro il 2022, dei posti di lavoro nei settori hi tech rappresenta un ulteriore ovvio caso di accelerazione di trend già in atto, quello dei lavoratori nei comparti delle costruzioni e del calcestruzzo costituisce invece una vera e propria novità. In questi due ambiti saranno cresciuti tra 2019 e 2022 del 4,9% e del 4,6% rispettivamente. 

Si tratta delle conseguenze sia della scelta governativa di fondare sul superbonus 110% una parte importante del proprio sostegno alla ripresa, sia dei fondi europei di Next Generation Eu, di cui l’Italia è la maggiore beneficiaria e che per stessa ammissione del Pnrr andranno a impattare soprattutto sull’edilizia. 

Chi avrebbe immaginato prima del Covid che proprio questo settore iper-maturo avrebbe trainato la crescita?

Stupiscono meno gli aumenti occupazionali, ben più grandi, nei segmenti appunto della tecnologia per le Telco, dei servizi informatici, del commercio online e del farmaceutico, dove l’incremento del 6,8% dei posti di lavoro appare come un’altra conseguenza del Covid.

Dati Cerved

In crollo i lavoratori per il settore delle fiere, giù anche quelli nella ristorazione e negli aeroporti

Tra i perdenti della fase post-Covid (sperando sia effettivamente tale) sembrano esserci proprio quei lavoratori dei settori che sono stati più colpiti dalle restrizioni, anche quando si tratta di ambiti che in realtà prima del 2020 avevano vissuto una fase di crescita intensissima dei posti di lavoro, tale da trainare un po’ tutto il mondo del lavoro, come la ristorazione per esempio. 

Cerved sembra ritenere, insomma, che il “nulla sarà come prima” non era solo facile retorica, ma raccontava un pezzo di realtà. Questo a dispetto della ripartenza e dell’apparente ritorno alla normalità in atto. 

E così nel 2022 vi saranno il 6,1% in meno di dipendenti nei ristoranti. Anche se questo forse sarà più una conseguenza della Great Resignation, ovvero della minore propensione dei lavoratori a cercare lavoro, soprattutto in questo settore, che di una crisi dei consumi.

Mentre il calo dell’8,8% degli addetti alla gestione degli aeroporti e la mostruosa riduzione del 28,3% dei posti di lavoro nel comparto fieristico sono una diretta conseguenza dei minori spostamenti, che Cerved prevede non torneranno ai livelli pre-pandemici, non l’anno prossimo almeno. 

Fare previsioni in questo periodo è sicuramente un’incognita, ma una cosa appare certa: è molto più probabile che dopo il 2022 riprendano turismo e convegni che gli italiani si rimettano a leggere i giornali, interrompendo quel l’emorragia di lavoratori dell’editoria, che l’anno prossimo saranno ulteriormente diminuiti dell’11,2% rispetto al 2019. 

Non c’è nessuna svolta in questo dato, il Covid ha solo premuto l’acceleratore di un declino del settore che era in atto da molto tempo.

Dati Cerved