bambina studia al pc

Gli Hikikomori (termine giapponese che significa “tenersi in disparte”) sono i ragazzi che decidono a un certo punto di vivere reclusi nella propria stanza, interagendo esclusivamente -o quasi- attraverso internet e i social network, ed evitando i contatti reali con altre persone.

La chiusura in Italia delle scuole medie e superiori (fatta eccezione per la prima media, ma tenendo presente che una regione come la Campania ha chiuso ANCHE le scuole elementari, oltre che la prima media) ha avuto e ha lo scopo dichiarato di ridurre la crescita dei casi di Covid 19 durante la prima e la seconda ondata.

Tuttavia, in questo modo stiamo sostanzialmente obbligando i nostri ragazzi ad avvicinarsi al comportamento degli Hikikomori, in quanto li obblighiamo –o meglio: il governo e le regioni li obbligano- a frequentare le lezioni in maniera virtuale senza alcuna occasione di incontro reale.

Come ben sottolineato da Francesco Drago e Lucrezia Reichlin sul Corriere della Sera l’Italia ha tra i paesi sviluppati –e non solo- il discutibile primato di avere chiuso le scuole prima nel gestire l’emergenza Covid, nel non averle riaperte prima dell’estate ed averle chiuse per prima durante l’autunno della seconda ondata. I benefici incerti della chiusura delle scuole ai fini del contenimento della pandemia vanno confrontati con i costi praticamente certi di tale chiusura, che sono connessi al calo nell’apprendimento medio degli studenti che devono seguire le lezioni a distanza.

Non solo: un costo aggiuntivo cruciale sta nell’effetto fortemente diseguale di questi interventi, i quali danneggiano in maniera più pesante gli studenti meno bravi e/o provenienti da situazioni sociali ed economiche peggiori. Detto in altri termini, con buona pace degli “intellettuali impegnati” che non amano questa espressione: il capitale umano degli studenti cresce di meno in media, e soprattutto cresce di meno quello degli studenti meno svegli e/o più poveri.

E nessuno può escludere che esso scenda.

Ora è psicologicamente agevole non pensare a questi costi futuri della chiusura fisica delle scuole perché dal punto di vista sostanziale e mediatico siamo assorbiti dall’esperienza della seconda ondata, ma ciò non toglie l’esistenza di un rischio pesante per il nostro paese: che la generazione degli studenti attuali resti di fatto “isolata” dal punto di vista socio-economico, perché guadagnerà di meno e avrà più difficoltà di interazione quando la vita reale riprenderà. A questo isolamento generazionale si somma l’isolamento ulteriore per gli studenti più svantaggiati, quelli che sono già timidi dal punto di vista psicologico, che potrebbero diventare un sottoinsieme ancora più colpito dentro una potenziale epidemia futura di Hikikomori italiani.

Ragazzo studia al pc
Ragazzo studia al pc (Fonte: Pixabay)

Il pesante effetto di iniquità sociale della didattica a distanza è facilmente comprensibile, non soltanto da parte dei genitori che hanno partecipato attivamente –quando il tempo e le loro capacità lo consentivano- all’apprendimento dei propri figli.

Non è soltanto una questione relativa all’abbandono scolastico in caso di DAD (didattica a distanza), a motivo del fatto che per un insegnante è più difficile controllare le presenze e il livello di attenzione dei propri studenti collegati via internet, e non è soltanto questione di disponibilità diseguale di connessioni internet stabili e veloci e di un numero sufficiente di computer e tablet in ogni casa in cui sono presenti degli studenti.

È anche questione relativa a un numero minore di ore in caso di DAD (obiettivamente: è umanamente quasi impossibile seguire e insegnare online lo stesso numero di ore insegnate in presenza), il quale implica la necessità di un aiuto da parte dei genitori. Ecco che entra in gioco la disuguaglianza nei redditi e nell’istruzione delle famiglie: tanto per fare un esempio semplice, chi spiega la matematica ai figli che non la capiscono –dato un minor numero di ore insegnate- se in famiglia nessuno la sa a sufficienza, oppure nessuno ha tempo, oppure si pensa che non ne valga la pena, oppure non si hanno né la voglia né i soldi per pagare un insegnante di sostegno (naturalmente online)?

All’interno del dibattito pubblico epidemiologi e virologi appaiono eccessivamente infastiditi dal fatto che scienziati sociali come gli economisti si occupino dell’emergenza del COVID. Tuttavia, una pandemia come quella che stiamo vivendo ora non può che essere caratterizzata dai cosiddetti trade off, cioè dalla scelta –in una situazione di risorse scarse e/o tecnologia insufficiente- tra diversi mali, ad esempio i costi sanitari dell’assenza di restrizioni imposte alla popolazione e i costi educativi del chiudere le scuole.

Dentro una democrazia liberale quale la nostra, è indecoroso che i politici facciano finta che non esistono scelte dentro cui scegliere, anche tenendo presente i dolorosi costi che si sceglie di affrontare. Non è decoroso che i politici si schierino dietro i pareri dei comitati tecnico scientifici, quando le scelte finali restano di loro pertinenza, e di queste scelte dovranno rispondere agli elettori. I politici si rendono conto delle responsabilità che hanno di fronte alle nuove generazioni? Oppure si fanno consolare dal pensiero che questi giovani ancora non votano?