inflazione

Per una volta rubiamo il titolo a un bel commento di Giorgio Medda, direttore del global team dei gestori Azimut. Che l’inflazione sia di nuovo tra noi (segnatamente in America, ma come vedremo promette di farsi presto viva anche in Europa) nessuno lo può negare. La domanda vera è se sia un fenomeno momentaneo e anche “tecnico” o se il suo sia un ritorno in pianta stabile con tutte le conseguenze del caso che coinvolgono banche centrali, gestori di investimento, risparmiatori e consumatori finali.

L’effetto base dell’inflazione

In effetti, a favore della lettura “tecnica” vale soprattutto questa considerazione: l’indice dei prezzi al consumo statunitense si è attestato al +4,2%, un livello decisamente superiore alle attese.

Però bisogna ricordare che lo stesso indice era sceso l’anno scorso dell’ 1,1 % a causa della pandemia e del lockdown.

Questo calo anomalo costituisce quello che gli analisti chiamano “effetto base, ovvero quanto la lettura dell’indice avrebbe fatalmente inglobato nel momento del rialzo. Ipotizzando un’inflazione stabile e “virtuosa” al 2% (cioè quell’inflazione che è solo segno che l’economia tira senza innescare aumenti di prezzo dannosi per i consumatori e per i mercati), l’indice dei prezzi al consumo sarebbe dovuto salire del 3,1% e avremmo avuto ancora quella che forse il Presidente Draghi avrebbe chiamato inflazione buona. Insomma 4,2% è più di 3,1% ma non poi così tanto, soprattutto considerando i tempi non usuali che stiamo attraversando.

Ma in favore della lettura “ritorno in pianta stabile” va segnalato che anche l’indice dei prezzi alla produzione USA ha dato indicazioni simili a quello dei prezzi al consumo. Anzi, ad aprile, la cosiddetta “domanda finale” dei prezzi alla produzione ha fatto registrare un sonoro +9,5%, un impennata molto consistente sperimentata negli anni passati solo nelle fasi che hanno preceduto forti fiammate inflazionistiche.

Un altro dato che balza agli occhi è quello degli immobili americani, sia nelle grandi città che nei centri urbani meno densamente popolati. Sostenuti anche dallo stile di vita post-pandemico, i prezzi delle case unifamiliari ad aprile sono cresciuti del 20.3% su base annua e i prezzi degli immobili tutti sono spinti al rialzo dal rincaro delle materie prime.

Ritrovare un equilibrio

E con le materie prime (tema che è stato largamente sfruttato da tutti noi che ci occupiamo di portafogli di investimento per i nostri clienti) siamo secondo me al nocciolo della questione. Anni di crescita globale relativamente debole – con l’eccezione della sola Asia – hanno portato a investimenti strutturali insufficienti nella capacità estrattiva installata. Ora l’offerta necessariamente limitata incrocia una domanda crescente per via della spesa per infrastrutture sostenuta dalla fiscalità e per via dello sviluppo delle nuove tecnologie verdi. Inoltre non bisogna dimenticare che le scorte nei vari settori sono scese a livelli record e che siamo in presenza di “riaperture iniziali” che non hanno ancora raggiunto la piena velocità tipica dei periodi di sviluppo.

Riprendendo una ricerca Bloomberg, Linkiesta ha pubblicato venerdì 28 alcuni dati di incremento dei prezzi delle materie prime che non lasciano adito a dubbi di sorta: il rame si è apprezzato del 47% rispetto ai livelli pre-crisi, il grano del 12%, la soia del 15%, il legno per pallet del 20%, il nichel e lo zinco del 51%, l’alluminio del 26%. E il petrolio Brent è intorno ai 70 dollari a barile.

Inflazione USA: Biden e i piani di spesa

Mentre la FED riceve domande quotidiane su quando deciderà di aumentare i tassi (fin qui ha saggiamente risposto che prima di aumentarli c’è da fare tutto il tapering, cioè la riduzione fino al progressivo azzeramento dell’immissione di nuova liquidità nei mercati), il “rischio politico percepito” non ha però frenato il Presidente Biden dal presentare un budget per il 2022 che è il più espansivo ed ambizioso di sempre, comprensivo com’è della proposta di aumentare il salario minimo a 15 dollari.

Il tutto rafforzato dalla battuta del Presidente che ha detto che è il momento di favorire la working class e il ceto medio perché sono loro che hanno fatto l’America e non Wall Street.

Mentre Biden tiene duro sui suoi piani di spesa, che certamente una mano all’inflazione la daranno, la fase di carenza produttiva e distributiva delle materie prime è aggravata dal rialzo dei costi della catena distributiva. Tornando a Bloomberg, il Logistic Managers Index, costruito da un pool di università americane che intervistano tutti i mesi i direttori della logistica delle principali aziende statunitensi, è al secondo livello più alto dal 2016 e l’indicatore future non mostra miglioramenti per il prossimo anno. Nelle interviste di aprile i manager parlano espressamente di una “ridotta capacità di trasporto”, dovuta all’impossibilità di costruire nuovi camion e nuove navi nel breve periodo, rendendo molto difficile fronteggiare la domanda.

Se i costi di trasporto per le aziende saliranno, molto probabilmente le imprese aumenteranno a loro volta i prezzi di vendita e questa è altra benzina sul fuoco dell’inflazione. Insomma la situazione è (come sempre) complessa e la carenza di beni, le difficoltà delle filiere e l’aumento dei prezzi già in corso potrebbero non risolversi prima di un anno.

In conclusione non sappiamo per quanto tempo si fermerà, ma possiamo dire che l’inflazione si è già seduta – ospite sgradita – alla tavola dei mercati.