Bitcoin Wall Street

Se qualche anno fa si fosse parlato di cryptovalute come di uno strumento finanziario qualsiasi scambiabile in Borsa nessuno ci avrebbe creduto. Invece, dopo 12 anni dalla sua creazione, il Bitcoin ha fatto il suo debutto a Wall Street, uno sviluppo che secondo molti operatori rappresenta una pietra miliare per il mondo delle cryptovalute e che attirerà investimenti sia dai piccoli risparmiatori che dai grandi investitori. Con il nuovo ETF di Proshares, il Bitcoin compie un passo decisivo verso “l’istituzionalizzazione” delle divise digitali.

Intanto, in Cina il mercato del credito continua a navigare in acque non sicure dopo che il colosso del mattone Evergrande non è riuscito a rimborsare gli interessi di diverse obbligazioni tra settembre e ottobre.

Non è solo Evergrande a mettere paura ai creditori cinesi e internazionali, ma il “credit crunch” si è diffuso a macchia d’olio in quasi tutto il settore immobiliare portando diversi commentatori a parlare di rischio sistemico per il Paese e di una “nuova Lehman Brothers” cinese. Il paragone è sbagliato per diverse questioni tecniche, ma è vero che da rischio finanziario a pericolo per l’economia reale il passo è breve.

Il Punto sui Mercati: il Bitcoin si prende Wall Street

Dopo un anno di contenziosi con le autorità finanziarie Usa, il primo ETF (exchange traded fund) sul Bitcoin (Proshares Bitcoin Strategy ETF) ha debuttato sulla Borsa di New York questa settimana, in quello che è stato definito come un timbro per l’istituzionalizzazione delle criptovalute.

Dopo il primo giorno di scambi, avvenuto martedì, il Bitcoin ha rotto i record dello scorso aprile salendo oltre i 66 mila dollari con una capitalizzazione di oltre 1.240 miliardi, ma per gli analisti della società di broker londinese Oanda, “il quadro tecnico punta gli 80 mila”.

 

Il nuovo fondo, tuttavia, non opera direttamente sul Btc, ma acquista contratti futures che hanno come sottostante il prezzo della divisa digitale. Questo, perchè la Security and Exchange Commission (la Consob statunitense) non ha un controllo giuridico sul Bitcoin e sulle piattaforme di trading con servizi in criptovalute che non sono registrate negli Stati Uniti.

Inoltre, la mancanza di regolamentazione, per l’authority, non solo espone gli investitori a possibili frodi ma rappresenterebbe una minaccia per il mercato a causa dell’origine sconosciuta della moneta virtuale. La Sec, infatti, non ha ancora detto la sua su possibili ETF con Bitcoin ‘fisici’ ma nel futuro prossimo accetterà solo fondi che operano su contratti derivati semplici. 

Naturalmente, il fatto di non poter comprare dirattamente Bitcoin ha attirato diverse critiche dal mondo cripto, in quanto potrebbero presentarsi  degli spread tra il prezzo ‘spot’ del classico Bitcoin e quelli tracciati dal nuovo exchange traded fund. A questo si aggiungono anche i costi di vendita/acquisto dei contratti e i margini bid/ask dei broker.

Ma non c’è solo il nuovo ETF di Proshares. Nel 2022, infatti, potrebbero essere diversi i fondi sul Bitcoin scambiabili a New York, viste le molte domande che sono arrivate sul tavolo della Sec. Ad agosto, anche Invesco, Valkyrie Invesments e VanEck hanno chiesto l’approvazione all’authority finanziaria per lo stesso tipo di prodotto, con un periodo di revisione di 75 giorni. Il prossimo sarà, con molta probabilità, quello di Valkyrie che la scorsa settimana ha ricevuto l’ok per essere scambiato sul Nasdaq.

Secondo Tom Lee, fondatore di Fundstrat, il lancio del fondo ProShares Bitcoin Stategy “potrebbe aiutare a catalizzare più acquisti in Bitcoin da parte di numerosi nuovi investitori retail”, e di conseguenza, “i prezzi di Bitcoin potrebbero aumentare“. Per l’esperto, la spinta dell’ETF “porterà il Btc a raggiungere i $168.000 dollari entro la fine dell’anno”.

Il Punto sui Mercati: Evergrande è sempre più un’incognita

Alla fine di settembre i mercati globali hanno avuto flashback che li ha riportati alla crisi Lehman Brother del 2007. Il caso Evergrande, il secondo operatore immobiliare cinese, non è tecnicamente paragonabile a quanto accaduto con i mutui subprime, ma a molti operatori, memori di quanto accaduto 14 anni fa, il dubbio è venuto, soprattutto dopo che i mercati internazionali hanno cominciato ad accusare il colpo.

Negli ultimi giorni del mese scorso, escono le notizie della difficoltà da parte del colosso immobiliare di ripagare interessi e capitali di alcune obbligazioni che sarebbero scadute da li a poco a causa di un flusso di cassa troppo debole per compensare 305 miliardi di dollari di passività in bilancio. Gli interessi dei bond in scadenza ammontano, se sommati, a diverse centinaia di milioni di dollari e hanno 30 giorni per essesere ripagati, altrimenti viene sancita l’insolvibilità del debito della società.

Evergrande, che ha in ballo 1.300 progetti immobiliari, ha cominciato a vendere asset, azioni e rami della società stessa per trovare quella liquidità necessaria a soddisfare i creditori internazionali e nazionali. Ma la vendita della controllata Evergrande Property Services stimata oltre i 5 miliardi non è andata in porto, mettendo ulteriore pressione sulle precarie casse della società e avvicinando sempre di più il gruppo al default finanziario.

Default che Pechino vuole assolutamente evitare. Per questo, il governo ha convocato società statali e non per invitarle ad acquistare asset della società del mattone, avvertendo la società in questione di privilegiare i creditori cinesi e le obbligazioni onshore che in caso di default potrebbero provocare uno scossone nel sistema economico cinese.

É escluso, comunque, un salvataggio di Stato all’italiana.

Il prossimo “D-Day” è quello del 23 ottobre, cioè la fine del primo periodo “di grazia”, ma a poche ore di distanza le sorti di Evergrande restano ancora un’incognita.