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La ripresa dalla pandemia è cominciata. La speranza è che grazie ai vaccini sia definitiva e non illusoria come la scorsa estate. 

Si tratta di una ripresa molteplice, sanitaria, con il crollo dei contagi e dei morti, e poi economica e psicologica. In piccolo appare come un Dopoguerra, in cui ci si curano le ferite che la crisi ha provocato e si spera per un futuro migliore. 

È tempo quindi anche di bilanci, che nel caso dell’Italia sono piuttosto amari. Così come siamo stati tra i Paesi con più vittime in rapporto alla popolazione, siamo anche tra quelli che hanno subito in Europa il peggior crollo dell’economia.

Il calo del PIL dell’8,9% che abbiamo sofferto nel 2020 è stato superato solo da quello spagnolo, che è stato del 10,8%.

Il PIL è però un freddo indicatore, nel Paese reale quello più rappresentativo è il numero di occupati. Che durante la pandemia come era inevitabile è sceso. 

E tuttavia lo ha fatto in modo più diseguale di quanto accaduto in altre occasioni, durante i precedenti periodi di recessione. 

Uomini e donne sono stati colpiti allo stesso modo

Intanto sfatiamo un mito: c’è un divario, forse l’unico, che con la pandemia in realtà non si è allargato, a dispetto delle prime impressioni. È quello di genere. Soprattutto se consideriamo quanto accaduto agli inizi del 2021.

Nel 2020 effettivamente in alcuni mesi risultava una diminuzione del numero dei lavoratori più lieve di quello delle lavoratrici. Per esempio d’estate. Ma in quelli successivi quando l’occupazione generale è ulteriormente scesa, queste piccole differenze si sono completamente annullate. 

Per entrambi i sessi il calo degli occupati è stato di circa il 4% nel momento peggiore, a inizio 2021.

 

Ad avere influito probabilmente è stata anche una revisione del metodo di calcolo intervenuta in corso d’opera, che ha eliminato dal novero degli occupati coloro che sono in cassa integrazione da più di 3 mesi o gli autonomi inattivi anch’essi per più di 3 mesi. Si tratta di un cambiamento della metodologia che evidentemente impatta molto di più sull’occupazione maschile.

Si può affermare che le donne, maggiormente impiegate nel commercio o nel turismo, abbiano subito per prime il colpo, ma che gli uomini hanno sofferto di più nel medio periodo. 

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Calo degli occupati rispetto al gennaio 2021, dati Istat, rielaborazione di Momento Finanza

Per i lavoratori a termine il crollo peggiore, ma ora si vede la ripresa

Le vere disuguaglianze sono state altre. In primis quelle che riguardano il tipo di contratto in cui i lavoratori sono inquadrati. 

Ed è evidentissimo che per coloro che ne hanno uno a termine è stata una strage

Già nell’aprile 2020 il numero di occupati precari è crollato del 10,9%, ed è rimasto decisamente al di sotto al livello di gennaio 2020 spesso di più del 9% anche nei mesi successivi.

 

Il confronto rispetto a quanto accaduto a chi aveva un contratto a tempo indeterminato è stato stridente. Per questi ultimi l’occupazione è scesa molto meno, di meno del 2% nel 2020, e lo ha fatto più gradualmente.

Da un lato appare ovvio che in un’azienda in crisi si preferisca non rinnovare un contratto a termine piuttosto che licenziare un dipendente di lungo corso, dall’altro anche il Governo ci si è messo nell’esacerbare queste disuguaglianze con la cassa integrazione e il blocco dei licenziamenti, che hanno protetto solo i lavoratori a tempo indeterminato incentivando le imprese a rinunciare agli altri. 

Nel 2021 però ci sono forti segnali di ottimismo, almeno per gli occupati precari. Dei circa 300 mila posti persi quasi 200 mila sono stati in breve tempo recuperati, tanto che in aprile la perdita occupazionale per questi era analoga a quella subita dai lavoratori permanenti. 

A subire la crisi maggiore, del resto culmine di una che dura da decenni e non si rimarginerà, gli autonomi, che nella primavera di quest’anno erano il 7,1% in meno che all’inizio del 2020.

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Calo degli occupati rispetto al gennaio 2021, dati Istat, rielaborazione di Momento Finanza

Non è un Paese per giovani, tanto meno durante le crisi

Dal punto di vista demografico si sono formati divari altrettanto chiari: le vere vittime della crisi pandemica sono stati i giovani, ovvero coloro che molto più dei più anziani tendono ad essere occupati con contratti a termine, quelli che con minore esperienza vengono sacrificati per primi dalle imprese.

Si tratta del classico caso di pioggia che cade sul bagnato, considerando che già nelle recessioni del 2008-09 e del 2011-13 erano stati loro a dover subire i maggiori impatti sul mondo del lavoro, e che sono stati sempre i giovani quelli che hanno sofferto di più gli ultimi 25 anni di declino e stagnazione, dal punto di vista dei redditi e dei salari.

Ancora peggio è andata nell’ultimo anno. Il numero di occupati tra i 15 e i 24 anni è crollato subito, già nella primavera del 2020, di più del 10% rispetto ai numeri precedenti alla pandemia.

E dopo un’effimera ripresa il calo è diventato all’inizio del 2021 del 13,9%. 

Dopo i più giovani ad avere sofferto di più sono stati i lavoratori tra i 25 e i 34 anni. Il numero di lavoratori di quest’età è rimasto tra la primavera del 2020 e quella del 2021 a un livello di circa il 6% inferiore a quello del gennaio dell’anno scorso. 

Proprio nei primi mesi del 2021 lo stesso tipo di calo dell’occupazione lo hanno sofferto anche i 35-49enni, per cui nel 2020 era andata un po’ meno peggio. 

Chi non ha subito rovesci è stato il segmento degli over 50. Per esso è come se la pandemia non sia esistita. Erano 8,7 milioni i lavoratori di questa età a inizio 2020, e 8,7 sono rimasti. 

Per i più giovani è però da segnalare a partire da gennaio e febbraio 2021 una parziale ripresa, probabilmente collegata a quella dei posti a termine. Gli occupati di questa età stanno aumentando. Alcuni tra coloro che avevano perso lavoro lo stanno ritrovando, anche se ancora troppo pochi.

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Calo degli occupati rispetto al gennaio 2021, dati Istat, rielaborazione di Momento Finanza

Una forza lavoro sempre più anziana

La pandemia ha accelerato del resto un processo che appariva già avviato, quello di invecchiamento della forza lavoro italiana

Nel 2004 gli occupati con 50 anni e più erano il 10,79%. Dopo 14 anni di stagnazione, grandi crisi economiche e tre recessioni, di riforme delle pensioni, di crisi demografica, sono diventati il 19,59%. Quasi un raddoppio. Sono passati da 4,8 a 8,7 milioni.

Se 17 anni fa erano la metà di quelli con 35-49 anni ora i due segmenti di età si equivalgono.

Sono invece diminuiti, in percentuale e in valore assoluto, i più giovani. I lavoratori tra 25 e 34 anni sono passati da 6 a 3,8 milioni, dal 13,46% all’8,63% del totale. Mentre quelli con meno di 25 anni sono ormai una fascia assolutamente marginale, che rappresenta solo il 2,16% del totale.

A riprova che non si tratta solo di un effetto demografico, ovvero del fatto che i giovani sono numericamente meno, vi sono i numeri del tasso di occupazione, che tra i 25 e i 34 anni era nel 2004 del 70% ed è ora del 60%.

 

Un calo strutturale, di cui la pandemia è responsabile per un 25% (-2,5% la riduzione del tasso di occupazione tra inizio 2020 e oggi), ma che viene da lontano.

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Dati Istat, rielaborazione di Momento Finanza

La crisi che sta finendo ha messo sale sulle ferite aperte del nostro mondo del lavoro. Ci sarebbero altre disuguaglianze che sono peggiorate da sottolineare, quelle tra chi lavora in settori a basso valore aggiunto (ad esempio come commercio e ristorazione, colpiti dalla pandemia anche per motivi peculiari), e chi è occupato nei servizi avanzati, nell’ICT, tra gli stranieri e gli italiani, tra settentrionali e meridionali. 

Quello che appare certo è che l’occasione di ripresa assistita dai fondi europei che abbiamo di fronte non dovrà essere sprecata soprattutto da questo fronte, quello del riequilibrio tra i segmenti di società privilegiati e quelli svantaggiati. 

Gli investimenti in digitalizzazione, in nuove tecnologie, in un’istruzione di maggiore qualità, in ricerca, dovranno beneficiare soprattutto i più giovani e coloro che oggi subiscono la pandemia, dando loro la possibilità di un lavoro non solo pagato meglio, ma anche più solido, capace di resistere alle crisi e agli imprevisti che il futuro ci riserverà.