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Premessa: chi scrive è tifoso appassionato di una squadra che non vince uno scudetto da cento anni esatti, è entusiasta ammiratore della maglie storiche di squadre come la Pro Patria o l’Alessandria e ha accolto il fallimento della Superlega con un intimo, profondo senso di soddisfazione. L’odioso piano dei soliti ricchi, accaparratori di tutti i trofei, è miseramente andato a rotoli. L’antisportivo intento di fondare un club esclusivo dove i soliti noti avrebbero spadroneggiato è clamorosamente andato in fumo. Ha vinto il senso vero dello sport, tutti si possono qualificare per la competizione più prestigiosa e tutti quanti il percorso verso la gloria se lo devono guadagnare senza scorciatoie.

Bene, adesso che sapete con chi avete a che fare, proviamo a fare qualche considerazione non scontata, praticando quell’esercizio fondamentale di democrazia e di intelligenza che consiste nel cercare di capire le ragioni dell’altro.

La genesi del progetto Superlega

I dodici club fondatori (a regime avrebbero dovuto essere quindici) versano tutti in gravi condizioni di indebitamento dal momento che operano in un settore ad elevato consumo di capitale, per di più con uno stile di gestione orientato all’eccellenza e all’ostentazione, così che il costo del lavoro unito a quello degli intermediari assorbe per intero il fatturato! Gli altri costi ordinari e straordinari chiaramente generano poi perdite consistenti anno su anno e allargano la forbice dell’indebitamento in una spirale senza ritorno.

Davanti a questo scenario i club hanno pensato di fondare una lega aggiuntiva a quelle preesistenti generando più di 200 ulteriori partite all’anno tra grandi squadre, con conseguenti diritti televisivi per 3,2 miliardi di euro l’anno sostenuti da DAZN e con circa 1,2 altri miliardi di ricavi da licensing, merchandising, incassi, abbonamenti.

Per ottenere un endorsment politico istituzionale dalle autorità sportive i club fondatori hanno dichiarato (per la verità solo nel momento della grande contestazione) che una parte (imprecisata, ma sospettiamo marginale) di questi ricavi sarebbe stata devoluta a favore dei campionati nazionali. Diciamo che ci vogliamo credere e marchiamo un mezzo punto a favore del progetto.

L’iniziativa, da un punto di vista strettamente economico, è stata valutata come sostenibile da JPMorgan, giudice non proprio indulgente, che si è dichiarata disponibile al finanziamento di partenza nella misura di 3,5 miliardi. Quindi segniamo un altro punto a favore della Superlega.

Le principali difficoltà dei club europei

Un terzo punto favorevole, obtorto collo, bisogna attribuirlo pensando che le difficoltà dei maggiori club europei non riguardano solo le società direttamente interessate, ma si riverberano pesantemente su tutti i campionati e i movimenti nazionali. Se i grandi club non hanno più soldi da spendere (o addirittura falliscono), chi comprerà i giovani talenti dai club minori? Se la qualità dello spettacolo offerto dalle squadre più ricche e più importanti diminuisce, chi potrà assicurare il mantenimento dei diritti televisivi e degli investimenti pubblicitari degli sponsor?

Se i più grandi fanno fatica a stare in piedi come potranno sopravvivere le varie forme di mutualità adottate dalle varie leghe nazionali e di cui già oggi i club più piccoli si dichiarano scontenti?

Infine va considerato ancora un punto: le 200 e passa partite in più tra grandi squadre europee annoierebbero forse il tifoso continentale, abituato a questo tipo di incontri dagli ottavi di finale in poi dell’attuale Champions League, ma con ogni probabilità catturerebbero l’attenzione e il gradimento di quel miliardo e mezzo di spettatori potenziali che la Superlega raggiungerebbe in Asia, nell’America del Nord e in Africa. Sarebbe la prima volta che la leadership nella produzione e distribuzione di contenuti mediali si troverebbe in mani europee e non americane.

Diciamo quindi 3 punti e mezzo a favore della Superlega.

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Gli argomenti dei tifosi e gli argomenti economici

Questi argomenti sono stati bellamente ignorati dalla quasi totalità degli appassionati che hanno orgogliosamente ricordato ai club ribelli di essere “fans not customers”.

Ma oltre alle (imprescindibili) ragioni del cuore, ce ne sono di altrettanto importanti, di natura strettamente economica. Proviamo a dirle in estrema sintesi:

  1. Per quasi tutti i paesi europei (Italia in primis) è sempre più importante l’arrivo di capitali stranieri nella compagine sociale dei club non solo di prima divisione. Se i grandi club accentrano ancora più soldi e più interessi, se attraverso i proventi della Superlega diventano ancora più egemoni anche nei campionati nazionali, chi comprerà e salverà i club medi o magari minori ma legati a città prestigiose e di grande fascino? E se, Dio non voglia, sono i club piccoli a dover sparire o a doversi ridimensionare ancora di più, che fine faranno i campionati nazionali? Si giocherà ad alto livello solo in Europa mentre a livello nazionale ci saranno competizioni semiprofessionistiche o amatoriali? Scenario da incubo per chi nel calcio dei campanili c’è nato e cresciuto e già oggi ne ha una grande nostalgia.
  2. Continuare a trovare format e modi di competizione per pompare ancora denaro in un sistema incline allo spreco e al disprezzo delle più elementari regole di bilancio (fino all’apoteosi del falso con il meccanismo delle “plusvalenze”) appare del tutto contrario ai principi di una sana e oculata gestione. Forse occorrono meccanismi calmieranti e non inflattivi, come potrebbe essere il salary cap, o redistributivi, come potrebbe essere una diversa ripartizione dei diritti televisivi. Certo è intollerabile che fior di club facciano finte vendite a finti prezzi per ottenere la contabilizzazione di miglioramenti di bilancio che vengono poi usati per fare altro debito. Il calcio è un sistema auto regolato fortemente incline all’auto indulgenza e al perdonismo. Squadre con centinaia di milioni di debiti superano l’esame del financial fair play e continuano imperterrite le loro dissennate politiche di mercato.
  3. Se ci si vuole ispirare al sempre citato modello americano delle leghe professionistiche si deve ricordare che laggiù sono previsti meccanismi di perequazione e di mutualità molto più incisivi e che ad esempio nel basket i club minori hanno una prelazione nel prendere dal circuito universitario i giovani più promettenti.
  4. L’oligopolio sancito dalla Superlega è nemico dell’alternanza democratica che consente a società ben gestite, con i bilanci in ordine e con i giusti investimenti nel vivaio di casa, di affacciarsi periodicamente alla ribalta del grande calcio internazionale. In Italia tutti citano il caso dell’Atalanta, ma potremmo parlare del Lille (investimento minore del fondo Elliott che da noi possiede il Milan), delle tante squadre tedesche che sono controllate al 51% da varie forme di azionariato popolare, del Villareal in Spagna e di tante altre ancora. E naturalmente fare riferimento alla Premier League inglese dove la vittoria del Leicester ha costituito la più grande impresa sportiva di un outsider negli ultimi anni: la quota del Leicester vincente era all’inizio della stagione 1/1000! Del resto in Inghilterra non sono nuovi a questi exploits. Il più clamoroso rimane quello del Nottingham Forest che sul finire degli anni 70 riuscì a vincere per due anni consecutivi la Coppa dei Campioni. Ma erano altri anni e si rischia di cadere nel tranello della nostalgia. Piuttosto va evidenziato che in quel periodo anche un club come Il Nottingham poteva permettersi l’ingaggio di un portiere come Shilton, numero uno della nazionale inglese, assolutamente decisivo per la conquista della seconda Coppa.

Allora possiamo concludere con un 4 a 3,5 a favore dei contrari? Senz’altro sì, perché sul fronte dei contrari ci siamo limitati alle ragioni di carattere economico senza considerare quelle legate all’etica sportiva, sicuramente violate dalla fondazione di una Superlega. È stata comunque una partita equilibrata, che lascia aperti sul tavolo numerosi interrogativi: quale potrà essere in futuro il ruolo dei fondi di investimento nell’assumere la proprietà e la gestione dei club?, quale prodotto televisivo collocare sul mercato asiatico e nordamericano?, come rendere accessibile in termini di costo lo spettacolo del calcio europeo al mercato africano?, come rendere efficaci i controlli sui bilanci delle società ed evitare falsi e abusi contabili?, come ridefinire e normare il ruolo degli agenti e dei procuratori per evitare la spinta superinflazionistica del costo del lavoro?, come costruire un modello di salary cap adottabile a livello internazionale?, favorire o limitare l’accesso alla quotazione in borsa dei club, restringendolo a quelli in grado di patrimonializzarsi?

Le risposte a queste domande tratteggeranno quello che sarà il calcio di domani.

  Data la lentezza e la resistenza al cambiamento degli organismi internazionali di controllo e di gestione del calcio, noi vecchi suiveurs forse non faremo in tempo a vederlo,  ma intanto ci consoliamo pensando che il pallone rotola ancora e almeno per adesso non si sgonfia nella rete della Superleague.