Utente al PC

Secondo il Digital Economy and Society Index (DESI) l’Italia si trova al 25esimo posto su 28 Stati Europei, appena davanti a Bulgaria, Grecia e Romania. I cinque fattori determinanti nel DESI sono i seguenti: connettività, capitale umano, uso dei servizi internet, sviluppo dell’e-commerce, servizi digitali della Pubblica Amministrazione (eGovernment e eHealth). L’Italia è particolarmente debole nelle “digital skills”: il capitale umano, la popolazione (e non ci si deve meravigliare vista il numero di over-65) ha bassissime competenze digitali. Se ne deduce che il nuovo Ministro per l’Innovazione tecnologica Vittorio Colao avrà il suo bel da fare.

Intermediari Fintech: l’uso del digital footprint

In un contesto avverso al cambiamento e alle nuove tecnologie, per le imprese Fintech – ossia intermediari che fanno uso massiccio della tecnologia – diventa difficile aprirsi degli spazi competitivi. Già su queste colonne abbiamo trattato il tema del merito di credito digitale. Crediamo abbia senso tornare a parlarne proprio perché maggiore è l’inconsapevolezza degli user sui social media (Instagram, Facebook, Twitter, TikTok), maggiore è il guadagno possibile da parte degli intermediari Fintech che fanno buon uso del digital footprint, ossia delle tracce di ognuno di noi lasciate sul web.

Se gli intermediari tradizionali fanno leva sul credito garantito (pensiamo ai mutui), i nuovi intermediari fintech erogano tipicamente credito non garantito. In Cina alcuni studi evidenziano come i Big Data (archivi di dati non strutturati e di enormi dimensioni, che vengono elaborati attraverso tecniche di analisi basate sull’apprendimento automatico) rappresentino un sostituto della garanzia (collateral).

In sostanza il digital footprint è molto utile per predire eventuali inadempienze (default) dei consumatori (fonte: Berg, Burg, Gombovi, Puri, On the rise of fintechs – credit scoring using digital footprints, Working Paper 24551).

Solo il semplice accesso alla rete o la registrazione su un sito consente ai player di e-commerce di raccogliere dati di grande valore (che possono essere venduti agli intermediari fintech).

Utente con tablet
Utente con tablet (fonte: Unsplash)

Cos’è il capitalismo della sorveglianza?

Una ragione chiave che giustifica l’esistenza e lo sviluppo degli intermediari fintech è la loro superiore abilità di processare le informazioni rilevanti per l’analisi e il monitoraggio dei prenditori di fondi. Tutto ciò può mettere a rischio l’esistenza degli intermediari tradizionali.

In Cina, per esempio, la società Sesame Credit, parte del gruppo AntFinancial (società finanziaria posseduta dal magnate Jack Ma), fa uso dei punteggi di credito (credit scores) provenienti dalle società di e-commerce del Gruppo, Alibaba in primis. Le merci sono spedite subito e il pagamento può essere effettuato successivamente grazie all’analisi di merito di credito.

In relazione alla fiducia nei confronti delle autorità, vale la pena far notare la fortissima differenza culturale tra Occidente e Oriente. Nella nostra civiltà vi è una forte diffidenza verso i controlli pervasivi delle forze di polizia e della magistratura.

Nei Paesi dove domina la cultura confuciana, ci si fida molto del governo, che viene legittimato a fare qualsiasi cosa. Se a Roma c’è un ingorgo, pensiamo subito che sia il vigile la causa, a Shanghai la comparsa di un “ghisa” mette tutti d’accordo. Anche le telecamere che multano chi passa col rosso sono benvenute. Per cui se il cittadino viene messo sotto controllo, in Cina è considerato normale. Non è così negli Stati Uniti o in Europa dove si parla di “capitalismo della sorveglianza” (vedasi il formidabile volume di Shoshana Zuboff, Luiss, 2019).

Se ogni nostra email, ogni nostra interazione, ogni nostra emozione viene controllata e venduta, servirebbe un’autodifesa digitale. Ma tutto ciò presuppone una consapevolezza che ancora non c’è. Ricordiamo che se un servizio non lo paghi, il prodotto sei tu.