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Nokia, un tempo leader della telefonia cellulari, non produce più smartphone, Kodak non esiste più, travolta dal digitale, Microsoft – trasformata da Satya Nadella – capitalizza 14 volte IBM. In questo contesto darwiniano, dove sono molte le imprese a scomparire, dove regna la distruzione creativa immaginata da Joseph Schumpeter (1883-1950), è necessario pensare a come tutelare i lavoratori che si trovano a lavorare nelle realtà perdenti.

Capitalismo autodistruttivo

“Capitalism is a self destruction system”. Paradossalmente, se vuole sopravvivere, il sistema deve sostenere i costi degli impatti sociali della distruzione creativa, del “boom and bust“, della naturale tendenza del capitalismo ad essere instabile (vedasi Pierluigi Ciocca, La banca che ci manca, Donzelli, 2015).

È assolutamente necessario pensare ai più deboli, a chi si trova improvvisamente senza lavoro poiché dipendente dell’impresa sconfitta dalle forze di mercato. In Italia il welfare è stato disegnato in modo stratificato, accontentando in tempi diversi le corporazioni più disparate. Il focus sono sempre stati due: tutelare il posto di lavoro – invece del lavoratore – e facilitare in modo passivo l’esodo dal mondo del lavoro, con la consueta sequela costituita da: cassa integrazione ordinaria, straordinaria, mobilità, prepensionamento (anche a 48-50 anni). Per cui la fiscalità generale, il contribuente, deve sobbarcarsi dei costi elevatissimi perché il calcolo delle pensioni è sempre stato eccessivamente favorevole al pensionando, ossia denso di sussidi, indipendentemente dal reddito del percipiente.

Welfare: non sono perfetti, ma aiutano

I programmi di welfare non sono alternativi al capitalismo e non potranno mai eliminare l’esclusione sociale e la povertà, bensì ridurle. E come le imprese falliscono, le imprese chiudono, anche il welfare può non essere perfetto, visto che la società cambia.

   

Sono da aiutare di più coloro che sono fuori dal sistema (gli outsider), che sono disoccupati da molto tempo, e per lo più senza competenze distintive, ossia “unskilled”. Per non parlare dei “working poors”, ossia di coloro che lavorano ma non guadagnano a sufficienza per una vita dignitosa.  Insicurezza del part time o del lavoro precario, single parent family, minori, immigrati sono i nuovi obiettivi del welfare.

Le funzioni stato sociale dovrebbero essere tre:

– ridurre la povertà (più che le disuguaglianze);

– Proteggere contro rischio di mercato non assicurabile;

– Promuovere la partecipazione al mercato del lavoro.

Bisogna assolutamente rafforzare il supporto a chi perde il lavoro, l’accesso universale (indipendente dal tipo di contratto di lavoro), a sussidi e formazione. Bisogna lavorare sull’employability, sulle competenze necessarie per trovare un altro lavoro. E qui casca l’asino perché di formazione seria per i disoccupati non se ne è mai vista. Imparare non è un atto meccanico, servono docenti capaci e istituzioni interessate veramente ai lavoratori disoccupati. I corsi organizzati dalle Regioni, così come sono disegnati, servono a poco.

Se vogliamo aumentare la partecipazione al mercato del lavoro, tra le più basse in Europa, bisogna partire dalla formazione così da ridurre il mismatch tra domanda e offerta di lavoro. Le imprese, infatti, cercano figure che il mercato non è in grado di offrire.

Foto in alto: Shutterstock