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Secondo l’economista austriaco Joseph Schumpeter (1883-1950) la forza del capitalismo sta nella capacità di rinnovarsi attraverso l’innovazione. Il termine esatto adottato fu “distruzione creativa”, ossia il processo di mutazione industriale che rivoluziona incessantemente la struttura economica dall’interno, distruggendo senza sosta quella vecchia e creando sempre una nuova.

A distanza di 100 anni, l’economia americana dimostra quanto le considerazioni di Schumpeter siano lungimiranti. Infatti, se prendiamo a riferimento il 2001, possiamo notare lo stravolgimento della classifica delle società a maggior capitalizzazione (alias prezzo di mercato moltiplicato per il numero delle azioni in circolazione).

Dove capeggiavano il colosso petrolifero Exxon, General Electric, Citibank o Walmart, oggi nei primi cinque posti vediamo Apple, Amazon, Alphabet (Google), Microsoft (la sola presente nella top 5 del 2001) e Facebook (che dopo i buoni risultati del primo trimestre 2021 vale oltre 920 miliardi di dollari).

Dove sono finite Eastman Kodak, Ford e General Motors? La prima è fallita, sopravanzata prima dagli apparecchi digitali e poi dai cellulari in grado di fare foto meravigliose; i colossi automobilistici statunitensi sono in difficoltà per la forza competitiva dei colossi asiatici come Toyota o Hyundai.

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Il sistema di governance delle imprese familiari

Schumpeter pensava che il capitalismo familiare non avesse futuro perché vedeva improbabile che il figlio di un imprenditore di successo fosse in grado di essere altrettanto bravo. Il figlio di Carl Lewis è improbabile che sia capace di vincere quattro medaglie d’oro alle Olimpiadi. Però l’impresa familiare è in grado di smentire Schumpeter se adotta sistemi di governance in grado di scegliere management e consiglieri di amministrazioni su basi meritocratiche. 

In occasione dei 200 anni dalla morte di Napoleone, si è ricordato come i suoi fratelli messi sul trono, disseminati in Europa, abbiano dimostrato tutta la loro inadeguatezza.

Un giorno N. ebbe a dire: “La mia famiglia non mi asseconda, ha un’ambizione folle, la mania di spendere, nessun talento”.

Sarebbero da imitare i casi di imprenditori che inseriscono nello statuto aziendale il divieto di assumere discendenti diretti. Nella Davide Campari S.p.A., società quotata sul listino azionario italiano, il presidente Luca Garavoglia ha previsto che i suoi figli possano diventare consiglieri di amministrazione – con certi caveat – ma che non è possibile assumerli in qualità di dipendenti.