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Quando la notizia è uscita i commenti sono stati largamente positivi. I ministri delle Finanze dei Paesi G7 (USA, Canada, Uk, Germania, Francia, Italia e Giappone) hanno raggiunto uno storico accordo sulla tassazione delle multinazionali. Mario Draghi ha detto “E’ un passo storico verso una maggior equità e una maggior giustizia sociale per i cittadini”. Olaf Scholz, Vicecancelliere e ministro tedesco delle Finanze, ha rincarato “La tassazione minima interrompe la competizione fiscale europea al ribasso” e Bruno Le Maire, omologo francese alle Finanze, ha sintetizzato “Ottimo punto di partenza”. Come ha ben notato Salvo Carollo su Fisco e Tasse si è finalmente interrotta la precedente incomunicabilità tra Amministrazione Trump e Unione Europea, così che cominciano  a prendere forma i primi negoziati internazionali su questioni che si trascinano da molti anni.

Da questo punto di vista si può legittimamente sperare che l’intesa raggiunta in Cornovaglia sia solo la prima di una lunga serie.


Un’aliquota fiscale minima per le multinazionali

Vediamo in concreto in cosa consiste l’accordo per l’applicazione di una aliquota minima ai profitti delle multinazionali (non solo quindi ai colossi del web, per i quali sicuramente almeno all’inizio questa riforma è stata pensata). Possiamo dire in estrema sintesi che si fonda su due principi :

  1. Le multinazionali pagheranno almeno una aliquota del 15%, applicata Paese per Paese, al fine di evitare l’elusione fiscale e la concorrenza tra Stati. Quindi tutte le multinazionali, anche se spostano la loro sede legale in un paradiso fiscale, dovranno pagare allo Stato dove hanno la loro casa madre (l’head quarter), almeno la quota che manca – molto spesso tutto il 15% – per raggiungere la fatidica quota minima effettiva.
  2. Le multinazionali di maggiori dimensioni e con maggiori margini di profittabilità dovranno pagare almeno il 20% degli utili che superano il margine del 10% e lo dovranno pagare nei Paesi dove il fatturato viene effettivamente realizzato, anche se in quei Paesi non hanno “stabile organizzazione”

Con l’adozione di questi due principi verranno abrogate le web tax già approvate in alcuni Paesi come il nostro, dove peraltro il gettito è risultato largamente inferiore rispetto alle attese (233 milioni contro i 700 previsti).

Un primo passo contro l’elusione fiscale

Nel complesso questo schema di accordo rappresenta un buon avvio per la lotta all’elusione fiscale, ma il percorso è ancora lungo e accidentato. Per prima cosa bisognerà confermare in sede di G20 l’accordo raggiunto in Cornovaglia e poi bisognerà lavorare duro per almeno due/tre anni per “armonizzare” le discipline fiscali dei vari Stati. In particolare sarà necessario affrontare la questione della “base imponibile” per evitare che “Stati furbastri” applichino l’aliquota comunemente stabilita a un montante scontato anche del 15%/20%, facendo rientrare dalla finestra la competizione fiscale fatta rumorosamente uscire dal portone principale.

Certo la situazione come è oggi, non è procrastinabile. Come ricordava Greta Ardito in un ben documentato commento su Linkiesta di pochi giorni fa, persino il Gran Filantropo Bill Gates se può si sottrae volentieri ai suoi obblighi di contribuente. La controllata irlandese di Microsoft, Round Island One Limited, ha pagato zero tasse a fronte di ricavi per 315 miliardi di dollari, dopo aver piazzato la propria sede legale nell’arcipelago delle Bermuda, dove ha zero dipendenti e tre amministratori, peraltro residenti negli Stati Uniti.

Qualcosa insomma andava fatto e il risultato di Lancaster House va comunque salutato come un primo passo nella giusta direzione. Aggiungo però una considerazione e una preoccupazione personale : ma le piccole e medie imprese che in tutti i Paesi (non solo in Italia) pagano un’aliquota sensibilmente più alta del 15% e che non hanno la possibilità di sottrarsi al fisco con manovre di varia natura delocalizzativa, non sono obiettivamente svantaggiate in una competizione già improba con le Big Companies? E la fine (ancora molto lontana) dei paradisi fiscali non diminuirà o farà venire meno la propensione degli Stati ad abbassare le imposte, finendo così col danneggiare le piccole e medie imprese?

Sospetti inquietanti soprattutto per chi opera in un sistema economico-produttivo come il nostro. Alimentati peraltro anche dalle prime dichiarazioni delle Big Tech che si sono espresse a favore dell’accordo! Amazon parla di un “buon passo avanti” per raggiungere un metodo stabile a livello internazionale, Google si spinge a dire “ci auguriamo si arrivi rapidamente ad un’intesa definitiva” e Facebook, con il grande pragmatismo del suo Fondatore dice “ Pazienza, pagheremo un po’ più di tasse, ma restiamo favorevoli ad una riforma equitativa”. Come avrebbe detto il sublime Totò “E chi vuole capire, capisca”.