risultati invalsi

Degli ultimi dati Invalsi, quelli riguardanti l’anno scolastico 2020/21, si è finalmente parlato in modo estensivo sui media, più che nelle altre edizioni, e soprattutto per una volta il tema non è stata la legittimità o meno dei test, da sempre contestati da larghi settori del mondo della scuola, ma i suoi risultati. Il che è esattamente l’obiettivo per cui vengono svolti.

A essere messa sul banco degli accusati è stata la Dad, la Didattica a distanza, che si è dimostrata come previsto dannosa per il rendimento degli studenti. E questo sia evidentemente per una inadeguatezza del corpo insegnanti, tra i più vecchi d’Europa (più del 50% dei docenti ha più di 50 anni), sia per la carenza di competenze digitali in molte famiglie e l’assenza di un ambiente supportivo per i bambini e i ragazzi costretti a seguire da soli da uno schermo le lezioni.

E però queste carenze non sono state trasversali per classe socio-economica né omogenee sul territorio. Come accaduto nel mondo del lavoro la crisi pandemica ha colpito in modo diseguale anche il settore dell’istruzione. E ha peggiorato quel divario geografico che è probabilmente la vera radice delle performance negative degli studenti italiani rispetto a quelle dei coetanei degli altri Paesi, oggi come ieri. Ma oggi ancora di più.

Al Sud solo il 29,9% dei diplomandi ha sufficienti competenze in matematica, al Nord Ovest il 69,2%

I dati sono chiarissimi. Il grado di competenze degli studenti che hanno svolto i test Invalsi è diviso in 5 livelli, dal più alto, il quinto, al più basso, al primo. Solo il terzo, quarto e quinto livello sono considerati sufficienti, ed ebbene, al Sud a raggiungerli non sono neanche il 30% dei ragazzi dell’ultimo anno delle superiori se si analizzano gli esiti delle prove di matematica.

Al Nord Ovest al contrario sono il 69,2% coloro che hanno competenze adeguate, nel Nord Est il 62,8%.

Il dato peggiore è quello della Campania, con il 27%, mentre il migliore è quello del Trentino, con più dell’80% degli studenti al di sopra della sufficienza.

Si tratta di divari che sembrano ricalcare in modo impressionante quelli presenti a livello occupazionale, e non è probabilmente un caso che siano ancora più vasti in matematica che in italiano, considerando quanto oggi le competenze scientifiche siano collegate a redditi più alti e minore disoccupazione.

Non si tratta di una novità, si dirà, ma la peculiarità dei test di quest’anno è il fatto che a essere peggiorati di più siano stati proprio gli esiti delle prove dei ragazzi dell’area con i punteggi già più bassi: la percentuale di risultati sufficienti al Sud è diminuita del 15,6%, nonostante si partisse da livelli minori, mentre al Nord Ovest del 3,6%, e in Lombardia solo del 2%.

Fonte: Invalsi


Nel Mezzogiorno è superiore anche la disuguaglianza interna

Vi è una distinzione che si deve fare quando si parla di disuguaglianze, e che spesso passa inosservata, perché apparentemente più tecnica, ma in realtà significativa. Esiste la disuguaglianza tra aree del Paese, che in Italia è quella di cui si parla giustamente di più, perché è quella più vasta, e quella all’interno di una stessa macro-area e regione. E quest’ultima, anche se meno rilevante nello Stivale, è però più visibile, perché riguarda i divari tra paese e paese, tra quartiere e quartiere.

E proprio al Sud questa seconda disuguaglianza è più importante che altrove. Lo si vede anche dall’analisi della variabilità degli esiti dei test Invalsi.

Se nel Nord soprattutto tra chi fa quinta elementare e terza media (grado 5 e 8) più dell’85% delle differenze tra i risultati è spiegata da quelle tra alunni della stessa classe nel Sud ben il 47,8% deriva invece dai divari tra classi o tra scuole nel caso della quinta elementare, il 35,8% in quello della terza media, sempre prendendo in considerazione le prove di matematica.

Vuol dire che in quest’area del Paese vi è una divisione più netta tra differenti comuni, tra rioni della stessa città, la distanza tra la Napoli, la Palermo, la Bari “bene” e la periferia è maggiore che a Milano. Ed esattamente come in altri angoli del mondo, per esempio il Sudamerica, questo tipo di disuguaglianza, interna oltre che verso il resto del Paese, rende ancora più difficile l’ascesa della scala sociale e lo sviluppo economico.

Fonte: Invalsi

Al Sud è le immatricolazioni all’università crescono meno

C’era una volta in cui a iscriversi all’università e poi a laurearsi erano di più i giovani del Mezzogiorno, o almeno di alcune sue aree, rispetto a quelli del Nord, in particolare rispetto a quelli del Triveneto. Sembrava un dato paradossale, ma solo in apparenza. La grande disponibilità di posti di lavoro nei distretti industriali del trevigiano, del vicentino, del veronese per i diplomati, meglio se agli istituti tecnici, portava i 18enni e 19enni ad andare subito a lavorare e guadagnare, spesso più che bene, invece che proseguire gli studi.

Mentre il ragazzo e la ragazza del Sud veniva portato a immatricolarsi in una facoltà anche dall’alta disoccupazione, e dalla speranza di trovare un posto sicuro, magari nello Stato, lo stesso che sovente possedevano i genitori.

Le cose sono cambiate. La crisi del Mezzogiorno e il peggioramento del divario rispetto al Nord ha anche il volto delle grandi differenze sorte negli ultimi 10 anni nell’ambito delle immatricolazioni all’università.

Nel decennio appena trascorso queste sono aumentate di ben il 25,3% a Treviso, forse la provincia simbolo di quel Nordest industriale che ora ha capito che servono anche le competenze oltre che le braccia, e del 19,1% nel milanese, mentre sono cresciute meno del 2% nel barese e nel napoletano.

In un Paese che è il penultimo in Europa per percentuale di laureati, persino tra i giovani, anche questi numeri sono un segno del peggioramento del divario tra le aree che si avvicinano al resto del Continente e quelle che si allontanano.


Fonte: Miur, rielaborazione di Momento Finanza

Se a studiare è chi è già più ricco

Particolarmente interessante è il fatto che un trend simile sia visibile anche altrove, per esempio nel Paese europeo che per molti versi, primo fra i quali il Pil pro capite, è il più simile al nostro, ovvero la Spagna.

 

Qui sono diminuite tra il 2013 e il 2019 le immatricolazioni delle aree più depresse del Paese, quelle del Centro spopolato, delle due Castiglie e dell’Estremadura, e del Nord-Ovest, mentre sono in aumento, con incrementi in doppia cifra, nelle regioni più dinamiche, da Madrid alla Catalogna alla costa mediterranea.

Sembra un leit-motiv, laddove vi sono meno possibilità occupazionali e i redditi sono inferiori la spinta a migliorarsi è minore, per motivi economici ma anche familiari e culturali, con i genitori, a loro volta magari di famiglia poco istruita e di basso ceto economici, che non spingono i figli a studiare di più a scuola e a immatricolarsi all’università.


Fonte: Eurostat, rielaborazione di Momento Finanza

Se l’obiettivo dei prossimi anni è agganciare quella ripresa che anche i fondi del Next Generation Eu del resto mirano a stimolare non si potrà prescindere da un’azione di attacco alle crescenti disuguaglianze tra le regioni con reddito e occupazione maggiori e le altre.

Non solo in Italia

E il migliore strumento che può essere utilizzato è sempre lo stesso, l’istruzione.