Crescono in Europa gli specialisti ICT

La pandemia e in particolare la crisi economica che l’ha accompagnata hanno avuto come tutti i processi storici dei vincitori e dei vinti. Su questi ultimi si è detto molto, giovani precari, commercianti, addetti del turismo e della ristorazione.

Si è parlato meno dei vincitori, tuttavia. Tra cui sicuramente possiamo individuare un segmento del mondo del lavoro che già prima del Covid era cresciuto molto più della media, quello degli specialisti ICT, dagli informatici, ai sistemisti, agli sviluppatori, agli ingegneri elettronici ai manager che dirigono questi lavoratori in ogni settore.

 

La crescente digitalizzazione infatti sta interessando ogni ambito, anche quelli apparentemente più tradizionali. E i lockdown e le restrizioni, che hanno obbligato a usare l’e-commerce o a comunicare solo via web anche i più riottosi all’uso delle nuove tecnologie, l’hanno ulteriormente accelerata, rendendo necessario l’utilizzo di personale specializzato. 

La misura in cui ciò è avvenuto, prima e durante la pandemia, è anche in un certo senso la misura del grado di sviluppo di un Paese. Così come lo sono anche le diverse caratteristiche che questi specialisti Ict posseggono nelle differenti aree d’Europa.

Informatici, sviluppatori, sistemisti sono aumentati ovunque, ma in Italia di meno

Il primo dato peculiare è la magnitudo dell’incremento del loro numero. Sono cresciuti in poco meno di 10 anni, tra il 2011 e il 2020, di quasi il 50% a livello europeo, arrivando a costituire il 4,3% di tutti i lavoratori. 

Ma solo del 22,7% in Italia, dove sono anche meno che altrove, il 3,6% degli occupati. Tra l’altro la Spagna, dove fino al 2015 vi era stata addirittura una loro riduzione, dovuta alla crisi, in breve tempo ci ha superati.

 

Nel 2020 inoltre l’aumento, che è accelerato mediamente in tutta Europa, è stato quasi nullo da noi. 

Al contrario è in Francia, tra i grandi Paesi Ue, che si è registrata la crescita più importante, addirittura del 72,2% nello stesso lasso di tempo. Anche se è in Germania che vi sono più specialisti ICT. Sono il 4,7% di coloro che lavorano. 

Difficile non considerare che guarda caso proprio in Francia e in Germania si è verificato il maggiore incremento della produttività del lavoro negli ultimi 15 anni, a differenza di Italia e Regno Unito.  

Si tratta anche dell’effetto dell’adozione di nuove tecnologie, nelle imprese e nella vita privata, che si è naturalmente accompagnato al reclutamento di più professionisti del settore.

Gli specialisti ICT italiani sono i meno istruiti

C’è però un aspetto forse più importante di quello meramente numerico quando si parla di lavoratori dell’IT, ed è quello qualitativo, la loro preparazione.

L’indicatore più immediato da questo punto di vista è il loro titolo di studio. 

Emerge qui una distanza ancora più vasta tra l’Italia e il resto d’Europa.

Nel nostro Paese solo il 39,6% degli specialisti ICT ha una laurea. Contro il 63,7% medio europeo, l’80,7% francese, l’82,9% spagnolo. Anche nell’Est Europa risultano essere più istruiti.

Tra i motivi, per quanto riguarda il nostro Paese, la presenza di un tessuto di piccole imprese in cui informatici e sistemisti devono svolgere mansioni più semplici e non hanno avuto bisogno di avere una preparazione specialistica di tipo universitario. 

Questo però è chiaramente anche un freno alla crescita delle aziende, e alla loro capacità di competere con quelle estere, per la carenza di skill di alto livello. 

Naturalmente non è secondario il fatto che siamo lo Stato Ue con meno laureati complessivi in rapporto alla popolazione, dopo la Romania. 

Dati Eurostat, rielaborazione di Momento Finanza

E sono diventati più vecchi negli anni

Ma forse tra le ragioni principali vi sono quelle demografiche. Nonostante quello ICT appaia come un settore giovane, e nell’immaginario collettivo gli informatici e i sistemisti sono ragazzi un pò nerd che smanettano tutto il giorno davanti al computer, la realtà è un po’ diversa. 

Solo il 27% degli specialisti ICT ha meno di 35 anni.

La grande maggioranza è più vecchia. E come si sa più si sale con l’età meno è facile trovare persone laureate. 

Ma il dato più interessante riguarda come è cambiato nel tempo il profilo demografico di chi lavora in questo ambito. Vi è stato un generale invecchiamento, in linea con quanto successo del resto anche in altri settori. 

Nel 2004 erano ben il 43,3% i 15-34enni. Sono quindi diminuiti di ben il 16,3% in 16 anni. 

Non è accaduto lo stesso altrove. Anzi, se negli anni 2000 i dati italiani erano in linea con la media europea, poi gli informatici e gli sviluppatori europei, pur diventando anch’essi mediamente più vecchi, sono rimasti più giovani di quelli italiani. 

Complice probabilmente il fatto che numericamente sono cresciuti a un ritmo più veloce, con l’arrivo di più nuovi lavoratori, che hanno potuto in parte compensare l’invecchiamento di quelli già presenti.

Dati Eurostat, rielaborazione di Momento Finanza

Sì, il settore ICT è tra i più maschili, e le cose non sono cambiate nel tempo

Su una cosa gli stereotipi su chi lavora in ambito tecnologico si rivelano invece veritieri, ovvero il genere di informatici, sviluppatori e sistemisti.

 

Sono effettivamente in grandissima parte uomini. In pochi settori vi è un divario così ampio tra maschi e femmine, considerando tra l’altro che parliamo di servizi, non di industria, e che si tratta di un lavoro che si svolge al computer, non in cantiere. 

Ma soprattutto questa caratteristica non è cambiata nel tempo, nonostante le grandi trasformazioni che questo settore, molto più di altri ha attraversato nel tempo, prima di tutto con il grande aumento numerico dei lavoratori. 

Anzi, in 15 anni la proporzione di donne, già bassissima a metà anni 2000, del 17,4%, è ulteriormente calata, diventando del 15,7% nel 2020. Vuol dire che anche le nuove assunzioni sono state caratterizzate da una nettissima prevalenza maschile.

Si tratta di sessismo? Discriminazione di genere? In realtà le stesse dinamiche italiane sembrano riprodursi anche altrove, anche in Paesi che sono in testa alle classifiche mondiali per quanto riguarda le pari opportunità, come la Svezia, dove è di sesso femminile solo il 21,3% degli specialisti ICT.

La media Ue non è molto diversa, un 18,5% tra l’altro come in Italia inferiore al dato del 2005.

Dati Eurostat, rielaborazione di Momento Finanza

Si tratta del resto delle conseguenze del totale squilibrio di genere in alcune facoltà scientifiche, come ingegneria e informatica, squilibrio che rimane anche laddove ormai non si può parlare di discriminazioni sessiste, nei Paesi del Nord Europa, specie tra le generazioni più giovani.

Se e quanto questi divari siano causati da cause esterne o da una qualche inclinazione naturale degli uomini per questo settore non è chiaro. La priorità, più che contare l’ampiezza delle fette che vanno agli uomini o alle donne, è di ampliare la torta. Che in Italia è più piccola che altrove. 

Questo è il vero divario, quello che ci separa dagli altri Paesi europei, dove la maggiore digitalizzazione va di pari passo con la maggiore produttività, e una crescita più sostenuta. 

Abbiamo bisogno di più assunzioni nel settore ICT. Se poi i nuovi specialisti del settore saranno anche giovani, laureati, e donne, ancora meglio.