Antonio Clavenna

Habemus papam, ovvero il vaccino anti Covid-19. L’entusiasmo cresce, l’economia si appresta a smettere la dieta, i tamponi diventano rapidi e si snocciolano istruzioni per l’uso delle prime prossime inoculazioni in Italia.

Bene; ma, mentre giungono British echoes di prime somministrazioni in chiave Brexit, ed un paio di reazioni allergiche vengono archiviate alla voce “piccoli incidenti” da immunodepressi, non sarà il caso di ristabilire un po’ di equilibrio tra ciò che si narra e ciò che è? Magari partendo da una domanda semplice-semplice, in questo caso rivolta ad Antonio Clavenna, farmacologo clinico, responsabile dell’Unità di Farmacoepidemiologia dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri di Milano.

Si parla dell’arrivo imminente del vaccino antinfluenzale Covid-19. Partiamo da una prima considerazione: qual è l’efficacia che i vaccini antinfluenzali possono vantare?

In media la loro efficacia si attesta tra il 40 e il 60%.

Sembra molto ridotta, almeno se confrontata con altri tipi di vaccini.

Beh, l’efficacia del vaccino antinfluenzale dipende da diversi fattori. Intanto, varia molto da stagione a stagione.

Perché?

Perché il vaccino non vanta sempre una buona corrispondenza tra i ceppi che sono contenuti nel vaccino e i ceppi che circolano in quella data stagione.

E qual è il raziocinio di questa efficacia fuori sincro?

Il vaccino antinfluenzale viene programmato e prodotto prima di constatare la reale natura dei ceppi che circoleranno in quella stagione influenzale.

Quindi per ogni vaccino antinfluenzale si lavora su previsioni?

Esatto, previsioni che a volte sono abbastanza aderenti alle realtà e, talvolta, sono contraddette dalla situazione che, invece, cambia.

In che senso “cambia”?

Cambia da quando l’epidemia, che si è prima diffusa nell’emisfero Sud, raggiunge l’emisfero Nord. In questo transito capita che il vaccino antinfluenzale presenti in alcune stagioni un’efficacia molto bassa.

Molto bassa?

Sì, a volte inferiore anche al 40%.

Per questo lei parla di un’efficacia media tra il 40 e il 60%?

Sì, ed è evidente che non è un’efficacia ottimale.

Quindi, rientrerà in questo range anche l’efficacia del prossimo vaccino anti Covid-19?

Ad ora non è possibile saperlo. Quel che sappiamo, sino ad oggi, è che sono state riscontrate alcune differenze tra il virus dell’influenza e Sars-Cov 2.

Ovvero?

Pur trattandosi nella maggior parte dei casi di mutazioni piccole, il primo muta rapidamente e frequentemente, ma nonostante ciò il sistema immunitario è comunque in grado di riconoscerlo.

E Sars-Cov 2?

Per il momento sembra che anche Sars-Cov 2 muti, tuttavia con frequenza più bassa: quindi la speranza è che continui così, lasciando validi per qualche anno i vaccini che potrebbero funzionare indipendentemente dall’evoluzione del virus.

“Sembra”, “potrebbero”: l’impressione è che il quadro odierno sia ben lungi dall’essere definito.

E infatti non è definito. Ci sono tante incertezze: si tratta di un virus nuovo; siamo ancora indietro nella conoscenza; abbiamo poche informazioni, ed anche i vaccini che sono in sviluppo, non avendoli ancora utilizzati sul campo, sono noti solo per le informazioni – poche – filtrate attraverso i comunicati stampa delle aziende.

Solo in questi ultimi giorni sono stati pubblicati alcuni degli studi di valutazione dell’efficacia sulle riviste scientifiche internazionali.

Eppure, sui primi vaccini anti Covid-19 circola un certo ottimismo.

Comprensibile. I risultati sembrano promettenti, ma la realtà è che non siamo in grado di capire, adesso, quale sarà l’efficacia concreta del vaccino anti Covid-19; quanto durerà la protezione che il vaccino garantisce; se il vaccino sarà anche in grado di ridurre la contagiosità o se eviterà solo alle persone di manifestare i sintomi della malattia. Quindi, esistono tante domande ancora senza risposta.

A quando le risposte?

Credo che, da parte di molti esperti, ci sia un sostanziale consenso nel sostenere che difficilmente, nei prossimi mesi, il vaccino costituirà la soluzione che bloccherà l’epidemia o, addirittura, che eliminerà il virus.

Quindi cosa rappresenterà il vaccino al cospetto di quest’epidemia?

Mah, sarà un aiuto per tentare di gestirla, ma occorre essere realisti e non pensare che, arrivato il vaccino, torneremo nel medio termine alla normalità.

Ci vorranno mesi, anzi credo sia possibile ipotizzare qualche anno. Sicuramente, fino all’autunno del 2021, la maggior parte delle persone non potrà essere vaccinata.

Perché?

Perché le dosi a disposizione saranno poche e quelle poche saranno dedicate ai soggetti a maggior rischio.

Nel quadro di tali incertezze, quanto pesa la sorprendente rapidità con cui il vaccino anti Covid-19 è stato prodotto?

Pesa sicuramente, anche se – ad onor del vero – vanno fatte alcune considerazioni.

Quali?

Una su tutte: in laboratorio sono state utilizzate tecnologie dall’esito più rapido, tecnologie già studiate per la sperimentazione di altri vaccini.

Bene, questo in laboratorio. Ma per la sperimentazione sull’uomo?

Per quanto riguarda l’applicazione sull’uomo, è vero, ci vuole più tempo. Prevalentemente le tre fasi di studio sull’uomo sono sequenziali e, in genere, si preferisce attendere l’esito della fase precedente prima di programmare quella successiva. In questo caso sono state compresse le tre fasi e, soprattutto, sono state eliminate le fasi di attesa tra una fase a l’altra: traduzione, si è programmata la fase successiva mentre era ancora in corso la fase precedente.

Istituto Mario Negri Milano
Istituto Mario Negri Milano (Fonte: wikimedia.org)

Come è stato possibile?

Intanto perché, in questo caso, c’è stato un forte investimento da parte pubblica, per cui le aziende hanno ricevuto importanti incentivi. Questo ha scoraggiato le aziende dal procedere passo-passo, cautela giustificata dal rischio di sperimentare magari qualcosa di inefficace, probabilità ineludibile ed economicamente fallimentare: quando capita, causa la perdita di una marea di risorse economiche ed uno “spreco” di risorse umane ed organizzative.

Qui, dunque, lo sviluppo del vaccino anti Covid-19 è già stato finanziato a monte, evitando alle aziende possibili contraccolpi economici?

Esattamente.

Esentando le aziende dal rischio economico, è stata tutelata la sicurezza del vaccino?

Per quel che riguarda lo studio sulla sicurezza del vaccino, sinora essa appare più o meno paragonabile ad altri vaccini entrati in commercio. Ciò che è cambiato è un’altra cosa.

Cosa?

L’approvazione del vaccino in un momento in cui i dati non consentono di stabilire la sua reale efficacia.

In sostanza, sull’efficacia il quadro non è chiaro.

Sì.

Che senso ha, quindi, l’elemento autorizzativo?

Qui l’autorizzazione è un’autorizzazione condizionata, la definirei sub iudice, giustificata da un’epidemia in atto.

Tanto per capire: la certezza è l’epidemia, l’incertezza è come valutiamo strumenti, misure e conseguenze?

Beh, sui dati ufficiali ci sono tante domande a cui non sono state date risposte sufficienti.

Cioè?

Tanto per fare un esempio, nei report giornalieri non si specifica quali tipi di tamponi vengano conteggiati: solo i molecolari, o anche antigenici e rapidi? Sembra che alcune Regioni lo specifichino, altre no. Purtroppo, non esistono dati ufficiali in questo senso. Come sarebbe anche utile avere un dettaglio degli indicatori: per esempio il numero di tamponi, i ricoveri o i decessi a livello di provincia e, in alcuni casi, di comune.

Reputa significativa la campagna dei tamponi a tappeto?

Il problema non è cosa, ma in che modo. Come il vaccino pure il test è uno strumento, e deve essere guidato anche da considerazioni che hanno a che fare con la clinica, con la messa in atto di misure di quarantena, con l’obbligo di risposte tempestive da parte delle istituzioni sanitarie.

Può specificare meglio?

Certo. Se faccio un tampone, dovrei conoscerne l’esito entro 72 ore. Se però l’azienda sanitaria pubblica di turno mi contatta dopo dieci giorni per sapere con chi sono stato in contatto, quel tampone non vale nulla sotto il profilo epidemiologico, ovvero come strumento atto a contenere l’infezione. Manca il tracciamento e in tutto quel tempo i miei contatti potrebbero aver già contagiato altre persone. Compreso?

Interessante, ma mi sembra di capire che ci sia dell’altro…

Sì, ad esempio avremmo bisogno di conoscere la percentuale di falsi negativi e falsi positivi anche con i test molecolari.

E questo costituisce un problema…

Ovvio, perché molto dipende da quando vien fatto il tampone: un tampone fatto troppo presto o troppo tardi eleva il rischio di ottenere un risultato non affidabile. D’altro canto, il solo tampone non deve essere l’unico criterio di valutazione. Se ho una persona che ha sintomi importanti e un tampone negativo, da clinico dovrei considerare quell’individuo fortemente sospetto di Covid-19.

Stessa idea per i tamponi salivari antigenici?

Questi sono strumenti da considerare idonei non tanto a svolgere l’analisi clinica, ma utili, in alcuni contesti come quello scolastico, per cercare d’identificare precocemente i soggetti che potrebbero avere un’infezione, ed evitare così la circolazione del virus.

Questo vuol dire cambiare la strategia?

Penso proprio di sì. Il salivare non è da considerare il test che faccio una sola volta, perché m’interessa avere una diagnosi per una persona che ha sintomi sospetti, e voglio capire se è Covid-19 o no.

E come lo si deve interpretare, allora?

Di un salivare so che è facile da fare, che posso avere subito il risultato, ma che è un test poco attendibile. Ecco, se lo faccio più volte alle stesse persone – magari tre volte a settimana – in una comunità più o meno ristretta, auspico che reiterandolo aumenti la probabilità d’identificare un soggetto positivo, riducendo il rischio di falsi negativi.

Se questo è lo scenario, cosa manca per affrontare i prossimi mesi?

Rispetto alle misure da mantenere, a mio parere manca una prospettiva a lungo termine.

Vale a dire?

Vale a dire che la scelta di chiudere tutto, di reiterare i lock down, dovrebbe ormai essere considerata una risorsa estrema, almeno dopo aver già messo in atto altre misure.

Invece, talvolta sembra essere un approccio “tutto o nulla”.

Tutto o nulla?

Vale a dire che, sino ad ora, si prendono misure molto restrittive, magari anche in maniera non troppo tempestiva, senza invece aver pensato in anticipo la messa in atto di altre misure di contenimento.  In sostanza, mi sembra che manchi una strategia che – tanto per fare un esempio – potrebbe rispondere alla domanda: a febbraio cosa faremo? A marzo, cosa faremo?

Cioè: il problema non è solo Natale o Capodanno, ma cosa succederà nei mesi a venire.

Esatto. Ci vorrebbe semplicemente la volontà di approfondire, di produrre dati e di metterli a disposizione, monitorando campioni rappresentativi a partire dai luoghi e/o dalle situazioni in cui si constata che più facilmente avviene il contagio. Solo così si possono studiare le misure, idonee e sostenibili a lungo termine, che potrebbero essere attuate e mantenute per ridurre al massimo la circolazione del virus.

Anche qui, magari, un esempio giova.

Ne faccio uno molto teorico, ma fattibile. Se mi rendo conto che il ristorante è un luogo dove possono avvenire i contagi e tuttavia capisco che, riducendo il numero di persone presenti nel locale, riducendo il numero di persone presenti allo stesso tavolo, riesco drasticamente a ridurre il rischio di contagio, si può decidere di mantenere queste condizioni, evitando di dover aprire e chiudere costantemente. Ovviamente, questo avrebbe senso se accompagnato da un sistema di controlli adeguato, per tutelare il rispetto delle limitazioni. La questione, però, è subordinata alla capacità di colmare un gap…

Quale gap?

Manca ancora il potenziamento delle strutture che sono deputate a gestire l’epidemia. L’esempio che ho fatto sulla modalità di rilevamento tramite tampone è chiaro: se il processo non si svolge secondo certi tempi e modi, la verità è che non siamo in grado di limitare le epidemie. Se non si potenziano questi processi, nei prossimi mesi si riproporranno nuove situazioni estremamente critiche, fotografando un sistema che non riesce a star dietro all’inevitabile numero di contagi in aumento.