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Mentre l’Istat ha comunicato qualche giorno la perdita nell’anno del Covid-19 di quasi un milione di posti di lavoro – per lo più, ovviamente, giovani e donne – è sfuggita ai commentatori una notizia ben più rilevante: il Pil della Corea del Sud ha superato il nostro, pur avendo dieci milioni di abitanti in meno.

Nel 1950 la Corea del Nord invase la Corea del Sud, seguì la guerra tra le due Coree, morirono due milioni di civili, 1,5 milioni di militari nordcoreani, 400mila sudcoreani, 30mila soldati americani e 1000 britannici.

Il 27 luglio 1953 venne firmato l’armistizio che sancì la tregua militare tra le due Coree. Nei successivi 68 anni la Corea del Nord è stata affossata da una politica autarchica suicida.

Nel frattempo la Corea del Sud ha intrapreso un percorso di crescita formidabile basata sull’export di qualità: pensiamo solo a Samsung, LG e Hyundai . La globalizzazione funziona. L’economista indiano Jagdish Bhagwati (“Contro il protezionismo”, Laterza, 2005) e il premio Nobel Joseph Stiglitz, (“La globalizzazione che funziona”, Einaudi, 2006) hanno spiegato lucidamente come l’apertura degli scambi e le tecnologie hanno consentito ai Paesi Emergenti di diventare Paesi Avanzati. Così avanti da superare anche l’Italia, che negli anni Ottanta si vantò di essere la quinta nazione più ricca del mondo, dopo Stati Uniti, Giappone, Germania e Francia.

L’educazione è la chiave della crescita economica

Nell’economia della conoscenza la chiave di volta è la formazione e la qualità del sistema educativo. L’Italia ha ben pochi laureati, molti dei quali, peraltro, in discipline umanistiche. In Corea – dove i giovani laureati sono sette su dieci – lo Stato ha dovuto introdurre una specie di coprifuoco per evitare che i ragazzi studiassero sino a tarda notte.

Come ha scritto Roger Abravanel nel suo “Aristocrazia 2.0” (Solferino, 2021) la Corea, – come Israele o altre “Tigri asiatiche” – ha messo al centro l’etica confuciana dell’impegno, della selezione, dell’istruzione: “L’Italia ha purtroppo intrapreso una strada differente. Ha scansato il rischio di sviluppare una nuova aristocrazia dei privilegi fondati sull’istruzione di eccellenza”. L’impiegabilità di molti studenti è scarsa, molti laureati (pensiamo anche ai numerosi fuori corso) sono poco preparati. I veramente bravi, i talenti, vanno all’estero dove sono ben pagati.

Che fare per recuperare la strada perduta? Il filosofo coreano Byung-Chul Han nella “Società senza dolore” (Einaudi, 2021) è molto lucido e ci aiuta a comprendere la deriva italiana quando illustra la “politica palliativa”, che si sostanzia in mancanza di visione e incapacità di realizzare riforme incisive che potrebbero far male a una nazione drogata di debito pubblico, sussidi e assenza di concorrenza. 

Il tempo si è fatto breve. Sta in noi.

Foto in alto: Shutterstock