Tra provocazione e ricerca l’arte contemporanea ha da tempo rinunciato a tela e cornice. Prima ci sono stati l’orinatoio e la ruota di bicicletta di Duchamp, poi tante altre cose: i tagli di Fontana, i sacchi e le combustioni di Burri, le rosette coperte di caolino di Manzoni, i suoi escrementi in scatola, i ferri da stiro e le spazzole di Arman e tutto quello che vi può venire in mente, dagli specchi di Pistoletto alle installazioni di Cattelan, dai graiffiti di Basquiat al palloncino di Banksy.

Sembrava però che reggesse pur sempre il principio che alla fin fine l’opera, di qualunque materia e in qualunque forma fosse fatta, si concretizzasse in un oggetto specifico, il cui possesso dava piacere e valore al suo possessore.

Cryptoart: la nuova frontiera delle arti visive

Negli ultimi anni anche questa barriera è caduta e l’opera d’arte si è dematerializzata con l’affermarsi della cryptoart, modalità in cui si producono e si vendono “oggetti unici digitali, noti con l’acronimo di NFT, cioè Non Fungible Token.

In pratica si tratta di risorse digitali uniche nel loro genere, verificabili  e scambiabili sulla blockchain e che  possono essere pensati come certificati di proprietà per risorse fisiche o virtuali, dal momento che consentono di affermare i diritti sull’opera. Gli NFT di solito assumono la forma di GIF, tweet, figurine, immagini di oggetti fisici o anche skin per videogiochi.

Sebbene ciò possa risultare tutt’altro che semplice da comprendere o quanto meno aleatorio, il guadagno è stato tutt’altro che “non fungibile” per molti artisti, musicisti e influencer grazie agli investitori desiderosi di possedere versioni “NFT” di immagini digitali. “Parte di questo interesse proviene da persone che amano sostenere il lavoro di creatori indipendenti acquistando le loro opere“, ha detto alla CNN Mike Steib, CEO di Artsy.

“Altri sono incuriositi dall’idea di catturare una risorsa digitale e rivendicarne la proprietà. I ​​recenti record dei prezzi principali per gli “NFT” sembrano essere stati in gran parte guidati da cripto milionari e miliardari di nuova creazione che cercano di diversificare le loro partecipazioni in bitcoin e altre valute”. 

Il record della prima asta di Cryptoart di Christie’s

E quanto ai record, indubbiamente quello fatto registrare in una recente asta di Christie’s è destinato a fare storia. La grande casa d’aste ha messo in vendita, per la prima volta in 255 anni, un’opera digitale di Mike Winkelmann, più noto con il nome d’arte di Beeple. Nonostante l’apertura con prezzo d’invito a 100 dollari, è successo che dopo molti rilanci, il prezzo di aggiudicazione è stato fissato a 69,3 milioni di dollari.

A comprare è stato Metakovan, al secolo Vignesh Sundaresan, imprenditore, programmatore e angel investor nella tecnologia blockchain, che con la modica cifra di cui sopra si è portato a casa (forse la ha messa sul desktop) l’opera “Everydays: The first 5.000 Days”.

Si tratta in buona sostanza di un file JPEG che contiene un collage di 5.000 immagini create e postate tra il 2007 e il 2021, dove all’interno ci sono scene e immagini di Donald Trump, Mao Tse Tung (già tanto caro alla pop art), Topolino, i Pokemon, ecc.

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“EVERYDAYS: THE FIRST 5000 DAYS” collage di Beeple su Smartphone.
Fonte immagine: Shutterstock

In cosa consiste l’unicità dei NFT?

Al di là della bellezza dell’immagine (ingiudicabile su parametri oggettivi come tutta l’arte), che cosa ha veramente comprato Metakovan/Sundaresan, oltre all’autocompiacimento di essere un nuovo mecenate? Non ha i diritti di utilizzo esclusivo né tanto meno “il pezzo unico”, perché “Everydays: The first 5.000 Days” può essere guardata, scaricata e stampata da internet a piacimento da chiunque lo voglia. Ma il compratore è l’unico ad essere riconosciuto – con tutto il rigore della blockchain – come il proprietario.

In parte succede la stessa cosa con tutti gli autori. Io posso comprare un Caravaggio (se il ministero dei beni culturali non esercita la prelazione) e appendermelo in casa e dire a tutti che è mio, ma chiunque può vederlo su un libro di storia dell’arte o comprarsi un poster che lo riproduce.

Certo, nel caso di Caravaggio c’è la materialità del quadro e della tela appesa alle pareti di casa mia, ma mentre la pandemia ha ridisegnato la percezione del mondo sostituendo all’idea di presenza quella di distanza, anche l’idea di possesso va incontro a un radicale ripensamento.

Come riporta Greta Ardito su  Linkiesta, secondo il portale Cryptoart le vendite di NFT (compreso l’exploit di Christie’s) hanno già raggiunto i 120 milioni di dollari nel solo mese di marzo 2021, dopo che nel 2020 avevano totalizzato 338 milioni di dollari con pagamenti che avvengono principalmente in Ether o in Bitcoin.

E in italia? Sempre Ardito ci ricorda che il maggior artista digitale nostrano, DotPigeon, milanese di 33 anni, pubblicitario di giorno e cryptoartist di notte, ha venduto su Niftygateway tutte le sue opere digitali per oltre un milione di euro.

Insomma si inaugura una nuova ed eccitante stagione dell’arte contemporanea, con la trasformazione degli oggetti digitali (nati e pensati per essere replicati all’infinito) in oggetti che possono essere riconosciuti e autenticati come pezzi unici e con una avvertenza a tutti i gli scettici e i diffidenti che guardano con sospetto alle evoluzioni dell’arte contemporanea: ricordiamoci delle uova sode di Manzoni.

L’artista prendeva l’uovo, ci imprimeva la sua impronta digitale del pollice (lo rendeva cioè unico e autentico) poi lo faceva mangiare ai compratori. L’idea di possesso permanente dell’opera era già in crisi. Eravamo a Milano, nella Galleria Azimut, il 21 luglio del 1960.

Foto in alto: Shutterstock