lavoratori cultura

Per molti è il sogno della vita destinato a non essere raggiunto mai, per altri un’opportunità colta dopo anni di studio e di gavetta, per qualcuni un colpo di fortuna inaspettato. Per taluni è un impiego come un altro, e talvolta una delusione viste le condizioni lavorative, spesso precarie. A essere occupati nel settore della cultura sono oggi circa 791 mila persone nel nostro Paese, negli ambiti più diversi. 

Sono bibliotecari, archivisti, scrittori e impiegati delle case editrici, sono coloro che fanno funzionare i musei e le Tv, giornalisti, cantanti e lavoratori delle aziende discografiche o delle gallerie d’arte piuttosto che pittori e artisti free lance.

E molti altri ancora. 

Si tratta di un segmento variopinto che va dallo stagista appena assunto magari solo con un rimborso spese alla star internazionale. E proprio perché così diversificato risulta a volte invisibile, sicuramente poco organizzato e frammentato. 

Del resto in questo settore più che altrove si ritrovano molti liberi professionisti, soprattutto in Italia, dove sono quasi la metà del totale di coloro che vi sono occupati. Che comunque non sono moltissimi in paragone a quelli del resto d’Europa.

Sono il 3,5% degli occupati a lavorare nella cultura

Stiamo parlando per quanto riguarda il nostro Paese di circa un lavoratore ogni 29 secondo i dati del 2020, ovvero il 3,5%. E a osservare come cambia questa percentuale nel resto del Continente viene spontaneo pensare che la proporzione di quanti hanno trovato occupazione nel mondo della cultura sia un indicatore abbastanza eloquente del benessere e/o del progresso di un Paese. 

Troviamo infatti i valori minimi in realtà come la Romania, dove sono solo l’1,4%, mentre in Estonia, Finlandia, ma anche in Slovenia superano il 5%.

E in Belgio, Olanda, Danimarca, Svezia il 4%. 

Laddove del resto il reddito è maggiore è più alta anche la sua quota spendibile in beni e servizi sulla carta “voluttuari”, come una visita a un museo, un concerto, un libro. E spesso qui è anche più importante la percentuale di spesa pubblica che viene dedicata dallo Stato alla cultura. A maggior ragione se le pensioni o gli interessi sul debito non distolgono miliardi di euro come in Italia.

Dati Eurostat 2020, rielaborazione di Momento Finanza

L’ambito della cultura italiano è il più maschile

Nel corso del tempo gli italiani assunti o occupati in proprio in questo campo in ogni caso sono cresciuti, anche se in verità meno della media europea. Il loro incremento è stato tra il 2011 e il 2019 del 7,1% contro l’11,2%. Prima del crollo del 2020, quando 43 mila su 834 mila hanno perso il lavoro, o hanno dovuto spostarsi in altri ambiti, più sicuri. 

Che la crisi pandemica abbia colpito questo settore più del resto dell’economia è purtroppo risaputo.

  Un dato che invece forse può stupire molti è quello che riguardante l’equilibrio di genere nella cultura.

Che è in Italia un segmento molto maschile, più di quanto lo sia nel resto d’Europa. Sono uomini il 57,1% di coloro vi sono impiegati. Un dato in contrasto con quello medio Ue, dove si fermano al 51,9%, o con quello svedese, dove invece sono le donne a essere maggioranza, il 54%, come in Finlandia o in Polonia. In Francia e in Grecia vi è quasi perfetta parità tra i sessi. 

Dati Eurostat 2020, rielaborazione di Momento Finanza

Solo il 10,2% ha meno di 30 anni

In anni recenti a studiare discipline legate al mondo della cultura e a interessarsi alle materie umanistiche sia all’università che in altri ambiti sono state soprattutto loro, le donne. Proprio per questo i dati precedenti potrebbero meravigliare. 

Ma forse la limitata presenza femminile dipende anche dal fatto che in realtà non sono le ultime generazioni a essere protagoniste del mondo della cultura.

In Italia solamente il 10,2% di chi vi lavora ha meno di 30 anni.

Contro il 16,4% nella Ue. Sono invece sovra-rappresentati i 40-49enni, il 30,2% in totale, e i 50-59enni, il 25,3%.

Questa non è del resto una novità nel mercato del lavoro italiano, che complessivamente è più anziano che quello degli altri Paesi del nostro Continente

E come in altri settori si deve andare a Nord per trovare terreno più fertile per i giovani. Nei Paesi Bassi per esempio quelli che hanno tra i 15 e i 29 anni nella cultura sono il 21,1%, in Danimarca il 19,8%, in Germania il 19,3%. 

Le proporzioni italiane in questo segmento di età rappresentano un minimo assoluto. E certamente quello che è accaduto nel 2020 non ha aiutato in questo senso. Solo un anno prima, nel 2019, nel nostro Paese ad avere meno di 30 anni era il 12% dei lavoratori di questo mondo, l’1,8% in più. L’impatto occupazionale della pandemia anche nell’ambito culturale non è stato equo, ha colpito molto di più gli ultimi arrivati. Solo che in questo caso erano già troppo pochi. 

Dati Eurostat 2020, rielaborazione di Momento Finanza

Ad avere una laurea è ancora una minoranza

Forse per gli stessi motivi anche un’altra percezione che molti hanno sul lavoro nella cultura non è esattamente corretta, ed è quella che ritiene che mediamente siano occupati in tale segmento soprattutto persone con istruzione elevata.

 

In realtà nel nostro Paese nel 2020 su 791 mila erano meno di 363 mila i laureati, ovvero il 45,8% del totale. Naturalmente considerando che tra tutti i lavoratori italiani sono appena poco più del 20% si tratta di una proporzione molto alta. E però inferiore alla maggioranza. Circa 313 mila hanno invece un diploma e 116 mila la licenza media o meno. 

In Francia al contrario chi ha un titolo universitario costituisce il 66,7% di chi lavora nella cultura, in Svezia il 62,7%, in Spagna addirittura il 74,8%

Percentuali in questi Paesi crescita nel corso degli anni e anche nel 2020, quando chi era più istruito ha resistito meglio alla crisi pandemica. A differenza di quanto accaduto in Italia. Dove tale vantaggio invece non si è visto. Probabilmente perché ad avere avuto l’educazione migliore erano in realtà i più giovani, coloro che, essendo spesso precari, si sono rivelati essere i maggiormente sacrificabili.

Spesso anche in questo segmento.

Dati Eurostat riguardanti l’Italia, rielaborazione di Momento Finanza

Solitamente questi settori dell’economia, quelli meno “indispensabili”, non legati a una domanda di beni primari, sono tra quelli che soffrono di più nelle recessioni, ma anche quelli che in occasione della ripresa crescono più di altri. Si è già visto, per esempio nel Dopoguerra, ma anche dopo la crisi finanziaria, quando le preferenze dei consumatori si sono spostate in molti casi dai beni concreti, dagli oggetti, agli acquisti esperienziali, come una mostra, appunto. 

La speranza è che lo stesso possa avvenire anche oggi. Perché la cultura non è solo preziosa in sé, non è solo un asset che un Paese scoprirà prezioso magari solo dopo decenni, ma anche una fonte di redditi e di occupazione cui non possiamo rinunciare.