La morte di Calisto Tanzi un imprenditore truffaldino che ha tradito l’Italia

All’età di 83 anni, il 1° gennaio 2022 è morto Calisto Tanzi, il fondatore di Parmalat, colosso alimentare fallito a fine 2003, gravato da debiti insostenibili, nascosti in modo truffaldino agli occhi dei risparmiatori, delle società di revisione, delle autorità di vigilanza. Il buco ammontò a oltre 14 miliardi di euro, il più grande crac del capitalismo europeo.

Come ha fatto un pacioso imprenditore della provincia emiliana a fregare una massa enorme di risparmiatori, a prendere in giro il mondo della finanza mondiale? Bisogna partire dalle origini. Quando Tanzi, alla fine degli anni Settanta, imballa il prodotto più basico del mondo – il latte – in confezioni moderne fatte di Tetrapack, che vengono vendute abilmente nei supermercati.

L’ulteriore innovazione è la produzione di latte a lunga conservazione.

Il latte dà margini bassissimi, per cui Tanzi non può far altro che indebitarsi. Con un business sicuro e anticiclico, le banche non esitano a finanziarlo, anche quando Tanzi si avventura in business diversi, come i viaggi – Parmatour -, il calcio – il Parma Calcio sarà una idrovora, pur mietendo successi in Europa – le televisioni – con l’acquisizione di Odeon Tv (acquistata su pressione della Democrazia Cristiana per contrastare la Fininvest di Silvio Berlusconi).

Il fatturato di Parmalat passa da 20 miliardi di lire nel 1973 ai 500 del 1983

Quando il debito verso le banche diventa ingente, l’unico modo per ottenere ulteriori mezzi di finanziamento è la quotazione in Borsa, che consente al patron emiliano di raccogliere ulteriori risorse finanziarie, soprattutto tramite emissioni obbligazionarie.

Se la gestione caratteristica, quella principale della produzione di latte, genera perdite, cosa escogita Tanzi? Crea ulteriore debito.

Inizia a taroccare i conti, si inventa doti di liquidità inesistenti. Gli analisti finanziari si chiedevano sempre come mai Parmalat detenesse miliardi di liquidità sui conti bancari quando il debito costasse molto di più. Si scopri poi, troppo tardi, che la liquidità negli istituti di credito era creata con un banale scanner, con un “copia e incolla” su Word.

I soldi non c’erano. Come scrisse Bank of America in un fax del dicembre 2003 che consentì di svelare la truffa. Alla vigilia del crac il fatturato era di 15 miliardi di euro. Grazie anche a merendine, succhi di frutta Santal e una campagna di acquisizioni a prezzi da capogiro, per esempio Eurolat, la divisione latte di Cirio detenuta dal finanziere Sergio Cragnotti. I debiti erano superiori ai 14 miliardi.

Il crac colpì l’azienda, investitori internazionali ma anche 123 mila famiglie italiane, che si erano fidate di Parmalat, comprandone obbligazioni, che si rivelarono carta straccia. Grazie all’opera del commissario Enrico Bondi, ci fu un formidabile recupero di fondi da parte dei creditori. Parmalat venne risanata e comprata – tramite un’Opa – dai francesi di Lactalis.

Oggi Parmalat fattura 7,5 miliardi ed è la diciassettesima azienda industriale italiana.

Tanzi viene condannato a 17 anni per bancarotta fraudolenta. Una fine mesta. Questo è il contrappasso che colpisce un imprenditore che non ha un sano orientamento strategico di fondo, che fonda l’impresa su valori sbagliati, dove le convinzioni del fondatore prevedono anche la deroga ai principi contabili, la disponibilità a malversazioni, al taroccamento dei conti aziendali, all’economia in nero.

L’Italia dovrebbe trarre dalla storia di Parmalat un insegnamento. La finanza è ancillare all’impresa, deve servire per crescere, non per nascondere l’inesistente redditività della gestione aziendale. E la quotazione deve servire per l’internazionalizzazione, l’espansione, per assumere manager seri (Tanzi si circondò di yes man, di cani da salotto fedeli, non di persone indipendenti), non per incamerare risorse destinate a pagare calciatori, tra gli altri, Asprilla, Zola, Cannavaro, Thuram, Amoroso, Nakata o politici di bassa lega, che una volta ottenuto un piacere, tornano all’attacco ad ogni piè sospinto.