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È notizia di qualche giorno il closing del passaggio di Borsa Italiana ad Euronext, il gestore di mercato francese che può contare su piazze di scambio come Parigi e Amsterdam. Insieme con Borsa, sarà la principale infrastruttura di mercato paneuropea  con una capitalizzazione di mercato complessiva di €5,6 trilioni e circa 1.890 società quotate. 

L’operazione, che include la piattaforma dei titoli di Stato MTS, è stata perfezionata per un corrispettivo di 4,444 miliardi di euro (4,235 mld la prima offerta) pagato all’ex controllante London Stock Exchange, dopo l’approvazione delle authority finanziarie e della Commissione Europea, con il Parlamento italiano che aveva sottolineato l’importanza strategica di Borsa Italiana richiamando anche l’uso del golden power nelle mozioni presentante in Aula.

Cdp Equity e Intesa Sanpaolo sono i nuovi azionisti di riferimento di Euronext attraverso la sottoscrizione di un finanziamento da 579 milioni di euro, con un impegno a lungo termine per sostenere le ambizioni di crescita del gruppo.

A seguito della ricapitalizzazione, il ramo di Cdp avrà il 7,31% del nuovo gruppo, alla pari con la Caisse des depots et consignations francese, mentre la banca piemontese avrà l’1,3%, una quota analoga a quella di Bnp Paribas (pre-aumento al 2,2%). 

L’unione, secondo l’Ad francese Stéphane Boujnah segna un giorno storico nella nostra ambizione di costruire la spina dorsale dell’Unione dei mercati dei capitali in Europa”, creando “la principale infrastruttura di mercato paneuropea, supportando le economie locali di tutta Europa collegandole ai mercati globali”.

“Con questa operazione storica, accogliamo anche un più ampio franchise di aziende strategiche come CC&G, Monte Titoli e MTS. Ci aspettiamo che il gruppo congiunto migliori le attività di tutti i segmenti di Euronext, portando a maggiori vantaggi per investitori, membri ed emittenti allo stesso modo, e per il più ampio mercato finanziario europeo servito da Euronext”, ha aggiunto Boujnah.

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Golden Power

Come succede per le società strategiche, il matrimonio tra i due gestori ha subito diversi stop-and-go che avrebbero potuto non solo ritardare l’operazione, ma anche deragliarla (anche a favore di altri player come l’operatore svizzero Six, favorito in caso di collasso del tavolo con i francesi). 

La vendita da parte del gestore britannico è stata annunciata dai tre protagonisti ancora lo scorso ottobre, ma da allora non hanno fatto che aumentare le pressioni sui governi che sono succeduti (Conte prima e Draghi poi). Non solo per allungare i tempi dell’unione, ma anche per un certo nazionalismo tipico della politica italiana.

La parola golden power, cioè quella norma che permette al governo di intervenire su società private ritenute strategiche per il Paese, è stata inserita diverse volte nei testi usciti dalle Commissioni parlamentari, compreso l’ultimo firmato da tutti i capogruppo. 

Nella mozione approvata in Parlamento, invece, non si menziona esplicitamente il termine golden power ma s’impegna il governo ad assicurare che all’Italia sia garantito un ruolo di primo piano sia a livello operativo sia di governance del nuovo sistema federale in ragione delle peculiarità della piazza finanziaria Italiana e delle esigenze del mercato e dei suoi stakeholder”.

 

Nella mozione bocciata, presentata da Fratelli d’Italia e Giorgia Meloni, il termine veniva usato in maniera chiara e si chiedeva a Palazzo Chigi di assumere tutte le iniziative di competenza necessarie a garantire la stabilità finanziaria dell’Italia e dei nostri titoli pubblici, evitando attacchi speculativi, e la sicurezza degli asset strategici, anche attraverso il corretto e tempestivo utilizzo delle norme sulla golden power”.

In generale, le forze politiche hanno richiesto un ruolo più centrale di Piazza Affari nella futura Euronext per dare una dimensione pan-europea e non “Parigi-centrica“, senza considerare l’offerta paritaria fatta dai francesi e i numeri che Piazza Affari si porta con sé. 

La capitale lombarda è, dati alla mano, ultima nella classifica europea per capitalizzazione di mercato rispetto al PIL, e tra le ultime per quotazioni di società large cap (al contrario di Londra che non ci ha pensato due volte a vendere l’asset per acquisire Refinitiv).

 

LSEG e Refinitiv

Forse, la società che gestisce il Ftse 100 non avrebbe ceduto Piazza Affari se non gli fosse stato imposto un aut-aut da parte della FCA e di altre authority finanziarie britanniche ed europee per l’operazione con Refinitiv. 

Refinitiv, ex controllata da Thomson Reuters, e Lseg hanno approvato l’accordo di acquisizione da 27 miliardi di dollari nell’agosto 2019, ma sebbene autorizzato negli Stati Uniti, l’autorità di regolamentazione del mercato finanziario europeo ha sollevato preoccupazioni sul deal, sia per questioni antitrust sia per problemi legati al debito e al laverage di Lseg.

Il gruppo che gestisce Paternoster Square ha infatti ha dovuto liquidare le partecipazione in Borsa Italiana per rivecere l’ok da parte dell’authority europea.

Grazie al deal, Reuters, società che gestisce la famosa agenzia di stampa, ora possiede indirettamente 82,5 milioni di azioni del getsore di borsa britannico, per un valore di mercato di 9,8 miliardi di dollari. Le quote Lseg sono detenute da un veicolo d’investimento detenuto dal consorzio formato da Blackstone e la stessa Reuters.

La combinazione della stock exchange britannica con Refinitiv crea un vero e proprio leader globale nei dati e nelle infrastrutture finanziarie, e forse a Londra non sono stati tanto dispiaciuti di togliersi dalle scarpe un sasso come Borsa Italiana.