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Nelle tradizionali Considerazioni finali del Governatore della Banca d’Italia che si leggono il 31 maggio, Ignazio Visco ha voluto insistere sulla necessità di evoluzione del sistema delle imprese italiane, caratterizzate da una dimensione inadeguata per le sfide competitive di oggi.

Se il Covid ha pestato duro sulle imprese, alcune hanno saputo difendersi meglio di altre, grazie ai processi di ammodernamento portati avanti dopo il 2009: “Dalla crisi finanziaria globale ha avuto luogo… un processo di selezione delle imprese e di riallocazione delle risorse che ha portato all’affermarsi, in particolare nell’industria manifatturiera, di aziende più competitive e dalla struttura finanziaria più solida”.

Visco nell’ambito della diversificazione delle fonti di finanziamento ribadisce il passo ineluttabile della crescita dimensionale: “Rileva la dimensione estremamente ridotta della maggior parte delle nostre aziende, la cui crescita è spesso frenata, oltre che da un ambiente poco favorevole, dalla scarsa diffusione di buone prassi gestionali”.

Il problema dell’ossessione per il controllo

Nel nostro sistema produttivo le imprese non nascono più piccole rispetto al resto del mondo, bensì rimangono piccole, non crescono nel tempo. Insomma, domina un “nanismo” generalizzato e un’“ossessione per il controllo”, per cui non si apre la compagine sociale a nuovi soci. Se manca la fiducia verso l’esterno, la dimensione d’impresa rimane limitata.

Si vuol restare “padroni in casa propria“. Meglio piccoli e inefficienti, che ingrandirsi: “comandare è meglio che fottere“, come dice il noto proverbio siciliano. Scrive Luigi Zingales: “La questione morale è diventata economica: la causa ultima del mancato sviluppo dell’ultimo decennio. Se le nostre imprese non crescono, la ragione non sta nel famigerato articolo 18, ma l’amoralità economica diffusa nel nostro Paese. […] Nei Paesi in cui c’è maggiore fiducia nell’onestà dei propri concittadini le imprese sono più grandi.

Il motivo è che il proprietario delega i suoi poteri solo quando si fida del dipendente, perché più delega e più alto è il rischio che un dipendente ne approfitti, rubando o arricchendosi alle sue spalle. L’impossibilità di delegare dovuta alla mancanza di fiducia, forza le imprese a rimanere piccole e familiari. Per questo non si espandono, per questo non vogliono cedere il controllo, che nel nostro Paese vale molto di più che negli altri”.

A fronte di aziende medio-grandi (che sono efficienti come quelle tedesche o francesi), persistono le ataviche fragilità del tessuto produttivo. Le microimprese hanno livelli di produttività modesti, eppure la fanno da padrone: nei servizi non finanziari le imprese con meno di 10 dipendenti impiegano quasi il 50% degli addetti, il doppio che in Francia e Germania.

Il circolo virtuoso dei capi laureati

Il capo azienda spesso non è laureato. Ma se il capo è laureato, l’impresa ha una quota di laureati tripla rispetto alle altre imprese. Esiste un circolo virtuoso che induce aziende guidate da imprenditori e manager più istruiti a selezionare lavoratori a loro volta più istruiti.

Il capo azienda spesso non è laureato. Ma se il capo è laureato, l’impresa ha una quota di laureati tripla rispetto alle altre imprese e c’è una maggiore propensione ad assumere un manager esterno alla famiglia. Esiste un circolo virtuoso che induce aziende guidate da imprenditori e manager più istruiti a selezionare lavoratori a loro volta più istruiti. Insomma, un tempo si poteva essere competitivi anche senza una “cassetta degli attrezzi evoluta. Nel 2021 non più.  

Foto in alto: Shutterstock