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La leadership non è bastata a salvare Jean Pierre Mustier, amministratore delegato di Unicredit dal 2016 e autore di alcune delle più importanti (e criticabili) operazioni della banca negli ultimi anni. In una riunione avvenuta domenica, i consiglieri dell’unico istituto nazionale considerato sistemico dalla Banca Centrale Europea, lo hanno isolato, mettendolo alle strette su temi molto delicati per il contesto bancario italiano: M&A e valorizzazione degli asset nazionali. Così Mustier ha annunciato le dimissioni entro aprile 2021, a fine mandato. 

Il francese è arrivato al cda forte del suo piano strategico Team23, che, tra le altre cose, include una particolare attenzione alla gestione di costi e risparmi, un calo delle esposizioni deteriorate, e un obiettivo di utile netto sottostante pari a 5 miliardi a fine piano.

Una strategia, come affermato dallo stesso Mustier nella nota diffusa dalla banca dopo la riunione, i quali pilastri fondanti “non sono più in linea con l’attuale visione del consiglio di amministrazione”.  

Ma a tracciare una linea netta tra l’Ad e i membri del consiglio non è stata solo una differenza di vedute su Team23 (presentato peraltro nel dicembre 2019), ma una mancanza di sintonia che passa attraverso le principali operazioni avvenute nell’ultimo biennio. A cominciare dalle cessioni dei “gioielli di famiglia” Pioneer e Fineco, avvenute nel 2019 e che hanno portato nelle casse un totale di circa 5,6 miliardi,  per passare poi alla quota dell’8% detenuta in Mediobanca, che ha garantito un incasso di 800 milioni. 

Non hanno aiutato, inoltre, le voci ricorrenti di un piano per creare una sub-holding con sede in Germania, in cui sarebbero convogliate tutte le sue attività estere, ma con polo principale ancorato in Italia.

Voci, queste, che all’interno del cda hanno alimentato la nostalgia per una banca “più italiana”, e meno ossessiva verso le strategie transfrontaliere. Per i soci italiani, infatti, si tratterebbe di un impoverimento e per il governo di una mossa che potrebbe anche legittimare l’utilizzo del Golden Power a tutela degli interessi nazionali.

Ultimo, ma forse decisivo, il dossier Monte dei Paschi. Dopo la “maxi-operazione” Intesa/Ubi, nelle ultime settimane sono aumentate le pressioni del mercato (e del governo) per un integrazione con la banca di Rocca Salimbeni, anche alla luce della nomina dell’ex ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan a presidente di Unicredit (autore del salvataggio di Mps nel 2017). 

Il matrimonio con Mps, anche in relazione alla “cohabitation” con l’ex ministro renziano, è stato da subito osteggiato da Mustier, che, elegantemente, ha affermato in una conference call di “essere concentrato sulla crescita organica”, precisando di “preferire i processi legati alla trasformazione piuttosto che l’integrazione di asset esterni”.

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Jean-Pierre Mustier. Fonte: canale AFTE, YouTube

Padoan, in un intervista al Financial Times, ha ribadito che il dossier Mps “non è stato una fonte di disaccordo”, aggiungendo che la sua nomina “non è politica e non ha nulla a che fare con Mps”.

 

L’ex ministro non ha smentito però le differenze sul piano strategico tra le due visioni, raccontando al quotidiano britannico che Unicredit “avrebbe dovuto concentrarsi sul proprio mercato domestico”, quindi sull’Italia, a cui si aggiunge la contrarietà del francese a qualsiasi operazione di M&A.

Secondo Stefano Sanna, wealth advisor di Norisk, sulle dimissioni di Mustier “dall’esterno si possono avanzare solamente delle congetture, ed è oggettivamente difficile dire quanta influenza abbiano esercitato eventuali pressioni di natura politica rispetto a dissapori interni pregressi”. 

“Certo sul caso pesano le ombre di eventuali operazioni che avrebbero dovuto veder coinvolto Monte dei Paschi di Siena, comprensibilmente osteggiate da Mustier”.

“Il settore bancario italiano, come quello europeo – aggiunge Sanna –  si trova in una situazione di eccesso di capacità produttiva, dove sportelli e dipendenti sono più una zavorra che altro. Sempre sotto la guida Mustier, UniCredit aveva già venduto asset redditizi come Fineco e Pioneer e questo renderebbe ancor meno comprensibile l’acquisizione di MPS, soprattutto se considerati con tutti i rischi che questo istituto si porta appresso”.

Per l’analista, “i dubbi riguardanti un’eventuale ingerenza da parte della politica su un istituto di dimensione internazionale e di rilevanza sistemica non fanno bene né al sistema bancario italiano né a Piazza Affari”.

La reazione del mercato

Nelle contrattazioni che hanno seguito la notizia delle dimissioni, piazza Gae Aulenti ha visto sfumare oltre 2 miliardi di capitalizzazione con l’8% perso in un solo giorno, facendo scendere la quotazione sotto la soglia psicologica di 8 euro per azione (quando Mustier ha preso in mano le redini dell’istituto milanese nel 2016 le azioni avevano un valore di circa 17 euro).  

Diverse banche d’investimento hanno da subito preso di mira il titolo della banca, declassando le proprie raccomandazioni e tagliando il target price. Berenberg, per esempio, ha effettuato un dowgrade sulla raccomandazione portandola a Hold dal precedente Buy, con un taglio del target price a 8,00 euro dai precedenti 9,50. Societe Generale ha invece alzato il target price di Unicredit a 9 da 7,90 mantenendo comunque la raccomandazione a Hold.

 

Di parere diverso è stato il Banco Santander, colosso bancario spagnolo con una presenza capillare nelle principali economie mondiali e una capitalizzazione di mercato oltre i 44 miliardi (Unicredit ne conta poco meno di 18). 

Secondo l’istituto spagnolo, la reazione del mercato è stata “esagerata” e la correzione dei prezzi “eccessiva” che non ha tenuto conto della solidità bancaria del gruppo Unicredit, il quale, a detta di Santander, “non può cambiare in un giorno solo”. 

Analizzando i principali indicatori, si vede come l’NPE ratio, cioè il rapporto tra crediti deteriorati e crediti “puliti”, sia uno dei più bassi in Europa, e il primo in Italia, al 4,7%. Solido anche lo stato patrimoniale, con CET1 ratio fully loaded al 14,4 per cento.

Dopo i conti del terzo trimestre che hanno evidenziato un utile netto sottostante in calo a 700 milioni, piazza Gae Aulenti ha comunque confermato l’obiettivo di utile netto sottostante superiore a 800 milioni per il 2020 e il target tra EUR3,0 ed EUR3,5 miliardi per il 2021.

La linea di successione

La corsa per il posto di consigliere delegato, che sarà decisivo per la strategia futura della banca, è già iniziata, con il Comitato Governance e Nomine che ha tenuto una prima riunione mercoledì.

 

Il manager francese si è detto disponibile a una transizione morbida in primavera, ma, viste le reazioni di questa settimana, la banca ha fretta di trovare un sostituto nel breve termine e preferirebbe nessuna coabitazione con l’ex ministro dell’economia. 

Il Comitato ha avviato il processo confermando come consulente Spencer Stuart, ma, stando a quanto scrive il Sole 24 Ore, è stato preferito non costituire una task force interna per la definizione di una short list con i 3 nomi da proporre in seguito al cda.

Tra i papabili per sostituire Mustier, ci sono nomi risonanti come Matteo Dal Fante, Ceo di Poste Italiane, e l’ex amministratore delegato di UBI Banca, Victor Massiah, uscito dall’istituto dopo l’acquisizione di Intesa Sanpaolo.

Ma nella lista circolano altri top manager come Fabio Gallia, ex Ad di Bnl, Marco Morelli, ex numero uno di Mps, e Marina Natale, ex Cfo di UniCredit e oggi a capo di Amco.

Altro nome che circola, sempre secondo il quotidiano di Confindustria, è quello di Diego De Giorgi, ex capo del Global investment banking di Merrill Lynch, ma si valutano anche possibili candidature interne alla banca come quella di Carlo Vivaldi, co-chief operating officer.

Oltre alla nomina, il board deve anche fare i conti con la direzione che prenderà la banca nel prossimo futuro. Con il “no M&A” di Mustier ormai abbandonato, bisognerà capire se ci sarà una trazione Mps, con le pressioni politiche che potrebbero avere un peso rilevante, oppure se si guarderà ad un istituto “più vicino” in termini di solidità come Banco BPM, progetto anch’esso messo alla porta dal francese.