Cop 26 obiettivi non raggiunti

L’accordo a cui sono giunti i leader riuniti a Glasgow per la COP26 è motivo di profonda delusione. Il documento non può soddisfare le grandi aspettative che la società civile, la comunità scientifica, i giovani e i popoli indigeni avevano riposto nel meeting britannico, considerato l’ultima spiaggia per affrontare in modo deciso la crisi climatica. Effettivamente 100 Paesi hanno sottoscritto un’intesa per interrompere la deforestazione entro il 2030. E 105 i Paesi che hanno promesso di ridurre le emissioni di metano del 30% rispetto a quelle del 2020 entro il decennio.

Al momento però non sono previste sanzioni per chi non dovesse rispettare gli obiettivi. E su altri punti decisivi sono stati raggiunti accordi definiti “al ribasso”.

Accordo al ribasso sul carbone

Il testo finale della COP26 risulta indebolito per quanto riguarda il tema della decarbonizzazione. Nel documento si parla di graduale riduzione invece che di graduale eliminazione dei combustibili fossili. Sull’impatto degli impegni presi esistono pareri discordanti. L’Agenzia Internazionale dell’Energia ha indicato che essi limiterebbero l’incremento di temperatura alla fine del secolo a 1,8°C e sarebbero in linea con gli accordi di Parigi. Altre fonti sono meno ottimiste. Il Climate Action Tracker, un’organizzazione che monitora e calcola gli effetti sul clima degli impegni di decarbonizzazione sulla base degli accordi, pronostica un riscaldamento di 2,4 °C per la fine del secolo. Alla COP26 quasi tutti i partecipanti hanno inserito un obiettivo di raggiungimento della neutralità carbonica, ognuno con tempi diversi. Per l’Unione Europea, gli Stati Uniti e un altro gruppo di paesi la scadenza è il 2050. Mentre la Cina e l’India hanno proposto rispettivamente il 2060 e il 2070.

Nessuna garanzia contro il surriscaldamento globale

Se, a parole, l’accordo ribadisce l’impegno a limitare a 1,5 gradi centigradi il surriscaldamento della Terra rispetto ai livelli preindustriali (come stabilito in occasione della COP21 di Parigi, nel 2015), nei fatti gli impegni presi non risultano sufficienti ad assicurare che ciò accadrà.

Il rischio è che la menzione esplicita dei combustibili fossili per la prima volta in una decisione della Cop26 diventi solo simbolica. Secondo il rapporto aggiornato sul divario delle emissioni dell’Unep, gli attuali Ndc (contributi determinati nazionali) porteranno a un riscaldamento globale di 2,4° C. Le emissioni globali del 2030 dovrebbero essere del 13,7% in più rispetto al 2010. Mentre dovrebbero essere ridotte di almeno il 45% per avere a portata di mano l’obiettivo di 1,5°C entro la fine del secolo. Per questo motivo, i paesi sono invitati ad aumentare i loro obiettivi 2030 prima di riunirsi nuovamente in Egitto per la COP27 alla fine del 2022.

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Nessun finanziamento ai paesi vulnerabili

I Paesi in via di sviluppo hanno particolarmente bisogno di sostegno. Per questo i Paesi sviluppati dovrebbero mantenere la promessa di destinare almeno 100 miliardi di dollari ogni anno in finanziamenti per il clima a sostenere i Paesi in via di sviluppo.

 L’accordo finale – il Glasgow Climate Pact – rileva che i Paesi ricchi hanno mancato l’obiettivo fissato per il 2020 e li impegna a raccogliere una cifra almeno pari a tale importo, ogni anno, fino al 2025. Inoltre, se India e Cina hanno vinto il braccio di ferro sulla decarbonizzazione, una prova di forza è stata anche quella di Stati Uniti e Unione europea, che non hanno voluto concedere una struttura di finanziamento per le perdite e i danni causati da eventi meteorologici estremi legati al cambiamento climatico ai paesi più vulnerabili. Cioè al Gruppo dei 77 (130 nazioni e l’85% della popolazione mondiale) più la Cina.